LA CALABRIA COME UN’ORCHESTRA INVISIBILE!

Il manifesto silenzioso di Nicola Abruzzese tra radici, ritorni e futuro

Tra radici e visione: Nicola Abruzzese rilancia il “Patto per la Calabria”

Antonio Loiacono

C’è una frase non scritta che attraversa da anni la Calabria come vento nelle gole della Sila: qui ognuno suona da solo!

Comuni isolati. Associazioni che non dialogano. Giovani che costruiscono progetti senza rete. Istituzioni spesso lente come vecchie stazioni ferroviarie abbandonate nel caldo di agosto. E intanto il territorio — magnifico, feroce, irripetibile — resta lì, come una cattedrale naturale osservata da uomini troppo occupati a contendersi il microfono per accorgersi della sua grandezza.

Il pensiero lanciato attraverso i social da Nicola Abruzzese, attivista di Scala Coeli, parte proprio da questa frattura invisibile. Ma non ha il tono sterile della lamentela. Non è l’ennesimo sfogo pubblico costruito per raccogliere indignazione rapida e applausi digitali. Somiglia piuttosto a una richiesta di maturità collettiva.

Quasi a un patto. Un patto per la Calabria!

Non uno slogan, non una formula elettorale da manifesto sbiadito, qualcosa di più profondo: un cambio di postura mentale.

Perché la Calabria, oggi, sembra vivere dentro una contraddizione quasi cinematografica. Possiede una delle geografie più emozionali d’Europa — montagne che sembrano uscite da un romanzo mistico russo, foreste che ricordano i paesaggi nordici di Tarkovskij, marine dove il silenzio ha ancora il suono degli anni Sessanta — eppure continua a raccontarsi attraverso il linguaggio della rinuncia.

È una regione che spesso si guarda allo specchio soltanto per cercare le proprie ferite.

Abruzzese prova invece a spostare l’inquadratura.

Nel suo ragionamento c’è un’idea semplice e radicale insieme: smettere di consumare energie nella guerra permanente del sospetto reciproco. Fermare quella tossicità performativa che trasforma ogni proposta in terreno di scontro e ogni iniziativa in occasione per demolire qualcuno pubblicamente.

I social network, in questo processo, hanno amplificato una mutazione culturale pericolosa: l’illusione che criticare equivalga automaticamente a partecipare. Ma distruggere non significa costruire. E una comunità che vive soltanto di sarcasmo finisce lentamente per disidratarsi spiritualmente.

La Calabria, oggi, avrebbe bisogno dell’opposto: connessioni!

Non è un caso che le neuroscienze parlino del cervello umano come di una rete di sinapsi dove il valore non nasce dal singolo neurone, ma dalla qualità dei collegamenti. Vale anche per i territori. I luoghi più vivi del mondo non sono quelli con più risorse isolate, ma quelli capaci di creare relazioni intelligenti tra università, amministrazioni, imprese, cultura e comunità.

Ecco perché il riferimento alle Facoltà calabresi di Agraria e Geologia non è un dettaglio tecnico, ma quasi una dichiarazione filosofica.

Significa comprendere che il futuro della Calabria non può essere costruito soltanto dalla politica né soltanto dall’imprenditoria privata. Serve una contaminazione continua tra sapere scientifico, identità territoriale e visione economica.

La terra, in fondo, è il primo archivio di memoria che possediamo.

I geologi leggono le montagne come storici leggono i documenti antichi. Gli agronomi osservano il paesaggio come un musicista ascolta una partitura. Dentro il terreno calabrese non ci sono soltanto rocce o colture: ci sono secoli di adattamento umano, migrazioni, sopravvivenza, intuizioni contadine, civiltà stratificate.

E forse il vero errore della Calabria moderna è stato proprio questo: aver pensato allo sviluppo come imitazione.

Come se il futuro consistesse nel diventare una copia sbiadita di qualcos’altro.

Milano. Berlino. Dubai; modelli lontani, verticali, veloci.

Ma la Calabria non è verticale soltanto nelle montagne. Lo è anche nel tempo. Qui tutto affonda più lentamente. Le relazioni, la memoria, il paesaggio, perfino il silenzio hanno profondità differenti.

Per questo chi decide di restare — o addirittura tornare — compie oggi un gesto quasi rivoluzionario.

In un’epoca dominata dalla fuga, scegliere la Calabria significa opporsi all’algoritmo culturale della contemporaneità. È un atto controcorrente. Quasi punk nella sua ostinazione.

Abruzzese coglie bene questo punto: chi investe qui non dovrebbe essere lasciato solo come un esploratore disperso in una terra difficile. Dovrebbe essere accompagnato. Sostenuto economicamente, certo. Ma soprattutto riconosciuto.

Perché una delle grandi tragedie del Sud è l’assenza di riconoscimento reciproco.

Troppo spesso chi prova a fare qualcosa viene osservato con diffidenza anziché con curiosità. Come se il fallimento altrui rassicurasse chi ha smesso di credere nella possibilità del cambiamento.

E invece la Calabria avrebbe bisogno di una nuova estetica della fiducia.

Una fiducia concreta, non ingenua. Strutturata. Finanziata. Organizzata.

Qui entra in gioco il ruolo della Regione Calabria e del presidente Roberto Occhiuto. Il sostegno alle aree interne non può ridursi a un esercizio amministrativo o a una distribuzione episodica di fondi. Serve una strategia culturale prima ancora che economica.

Bisognerebbe immaginare laboratori permanenti nei piccoli comuni. Cooperative di paesaggio. Residenze per giovani imprenditori rurali. Festival scientifici nei borghi montani. Fondi per chi recupera terreni abbandonati trasformandoli in ecosistemi produttivi. Collegamenti stabili tra emigrati di seconda generazione e territori d’origine.

Perché il punto non è semplicemente evitare che la Calabria muoia. Il punto è capire se questa terra possa tornare a essere desiderabile.

E la desiderabilità, oggi, non nasce soltanto dal PIL o dalle infrastrutture. Nasce dalla capacità di un territorio di produrre senso. Identità. Visione!

La Toscana, prima di diventare economia turistica, è stata immaginario.

La Silicon Valley, prima di essere tecnologia, è stata utopia condivisa.

La Grecia antica non era potente per il marmo dei templi, ma per la forza delle idee che quei templi contenevano.

La Calabria deve smettere di percepirsi come periferia da correggere.

Potrebbe diventare, invece, il laboratorio mediterraneo di un nuovo modo di abitare il futuro: più lento, più umano, più radicato, più sostenibile.

Forse è proprio questo il cuore del messaggio di Nicola Abruzzese.

Non un semplice appello politico, on una richiesta di finanziamenti ma il tentativo di ricordare ai calabresi una verità quasi dimenticata: nessuna terra si salva da sola.

Neppure la più bella!

 

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