Io negli Stati Uniti ci sono stato più volte, in anni ormai lontani, con lunghi soggiorni a New York e occasionali puntate ad Atlanta, Georgia, e Miami, Florida. A proposito di New York, ricordo con angoscia le tagliatelle “alla bolognese” del ristorante “Corrado”, sulla 6th Avenue, che frequentavo per pigrizia, perché era molto vicino all’albergo, faceva freddo e non mi andava di andare in giro in cerca di veri ristoranti italiani: erano sbrindellate, e condite con una sorta di untuosa crema verdastra striata di bianco, ma in compenso non sapevano di niente. Beh, c’erano anche, lo devo dire, i ristoranti americani, che in attesa di servirti una bistecca con contorno di spaghetti stracotti (che ovviamente lasciavo là) offrivano cetrioli sottaceto graziosamente disposti sul tavolo di legno lucido coperto di bruciature di sigaretta, sul quale ti mettevano una tovaglietta di carta e un tovagliolino, pure di carta, con coltello e forchetta avvolti dentro; poi arrivava il piatto con la T-bone steak e regolarmente, mentre la tagliavi, il piatto, scivolando insieme alla tovaglietta, andava graziosamente a spasso qua e là per il tavolo.
Uscivi, e vedevi degli “homeless”, per lo più neri, che trascinavano sacchi di plastica. Rovistando nei cestini dei rifiuti, riempivano i sacchi di lattine vuote che poi rivendevano al prezzo di un cent l’una. Col ricavato si comperavano altre lattine, di birra, che consumavano per la strada ma tenendole in buste di carta, per nasconderne la natura, perché bere alcolici per strada era vietato, o almeno era vietato farsi vedere mentre si bevevano alcolici per strada.
E ricordo anche tanta gente – poliziotti, netturbini, semplici passanti – di un’obesità affascinante, la gioia del dottor Nowzaradan, che per camminare dovevano far fare alla gamba in movimento un giro intorno a quella d’appoggio.
Sotto Natale (cioè dal Thanksgiving, il terzo giovedì di novembre, fino alla fine di dicembre), dovunque andassi – negozi, reception o lunge d’albergo, sale d’attesa e ovviamente anche ristoranti – ti perseguitavano musichette natalizie, sempre quelle: “Jingle bells”, “Silent night”, “White Christmas”, “Let it snow”, “Santa Clause is coming to town”, in arrangiamenti uno più stucchevole dell’altro.
Beh, per quanto riguarda la musica, ho anche il ricordo di quelle due volte che, alla Carnegie Hall, ascoltai sotto Natale il Messiah di Haendel, col pubblico che si è alzato in piedi durante l’esecuzione dell’Allelujah, e in un’altra occasione un concerto di Maurizio Pollini che eseguiva le Variazioni su un valzer di Diabelli e la meravigliosa sonata in Do Maggiore Aurora di Beethoven.
Quanti ricordi!
Temo, ahimè che, anche volendo, non potrò mai più godere di siffatte gioie: a quanto pare per ottenere il visto, ora, bisogna comunicare alle autorità preposte all’immigrazione in USA la propria storia sui social e l’elenco dei propri contatti. Temo che, avendo osato ogni tanto esprimere pareri non esattamente elogiativi nei confronti dell’attuale Führer – pardon – dell’attuale Presidente, all’arrivo in un qualsiasi aeroporto americano sarei sottoposto alle attenzioni dell’ICE, che come è noto non sono di natura tale da suscitare affetto e simpatia.
Non che la cosa mi sconvolga più di tanto: con l’aria che tira da quelle parti, di andare negli USA, oggi come oggi, non ho nemmeno un barlume di ipotesi di sospetto di intenzione.
E non è che il futuro prospetti scenari più rassicuranti. Tutti guardano alle elezioni di Mid-term del prossimo novembre, quando si rieleggeranno l’intero Congresso e 35 dei 100 senatori, come a una possibile svolta, dato anche che tutti i sondaggi danno i democratici in forte vantaggio e la popolarità di Trump in caduta verticale.
Ma, visto l’andazzo, non posso fare a meno di chiedermi: queste elezioni, Trump, lascerà che si svolgano? E ammesso che non trovi una scusa per bloccarle – ad esempio invocando l’Insurrection act, cosa che già ha minacciato di fare – siamo sicuri che poi non dichiarerà che la quasi sicura vittoria dei democratici, che gli tarperebbe le ali, sia frutto di brogli?
Fra tante ben poco rosee incertezze, una certezza svetta luminosa e incrollabile: comunque vada, la nostra Amata Leader, Giorgia Meloni, non mancherà di dichiarare la propria inscalfibile solidarietà nei confronti dell’Uomo verso il quale guarda con altrettanto inscalfibile ammirazione e, probabilmente, anche con malcelata invidia. L’Uomo che non solo ha posto termine, a suo dire, a ben otto guerre; non solo, con l’ICE, ha creato una sua personale guardia pretoriana; non solo ha fatto carta straccia del diritto internazionale; non solo tratta a pesci in faccia i suoi alleati; non solo ha abbandonato praticamente tutti gli enti internazionali, a partire dall’OMS; non solo si impegna per sfasciare il sistema economico mondiale; non solo pretende di impadronirsi delle parti del pianeta che meglio gli aggradano; non solo crea – a pagamento – associazioni immobiliari mascherate da board of peace, ma, last but not least, è anche bravissimo a fare discorsi senza capo né coda, tipo quello che ha fatto a Davos.
Ragion per cui, di sicuro, Giorgia Meloni proporrà Donald Trump non solo per il Nobel per la pace, così proditoriamente sottrattogli (come l’interessato, imbronciato, ha fatto notare al governo di Oslo), ma anche per il Nobel per la Letteratura, quello per la Medicina, per l’Economia e, perché no, anche quello per la Chimica (per via degli intrugli che si mette sulla testa per colorarla di arancione).
Quanto a lei, sarebbe forse il caso di chiedere all’Accademia Reale di Stoccolma di istituire un nuovo, prestigioso premio: il Nobel per il Servilismo Incondizionato. Un premio che, per chiara fama, potrebbe essere assegnato a lei, e soltanto a lei.
Fatta salva la concorrenza di Matteo Salvini, che comunque potrà ottenerlo l’anno successivo.
Giuseppe Riccardo Festa
Views: 90

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.