Non ho mai provato il benché minimo interesse nei confronti del gioco del calcio se non per i suoi risvolti antropologici, incuriosito dal fatto che, per dire, un cosentino possa diventare tifoso di una squadra di Milano o di Torino, oltre che non poco disgustato dalle conseguenze che ben spesso il tifo calcistico provoca nelle città, non solo italiane, come dimostrano i disordini scoppiati a Parigi dopo la fine della Champions League, e, non da ultimo, dall’impressionante frequenza con la quale scoppiano scandali legati a quel mondo fra scommesse, corruzione, partite truccate e bilanci gonfiati o di dubbia credibilità: a quest’ultimo riguardo, è ormai evidente la distanza siderale che corre fra il concetto di “sport” e le società calcistiche, tutte oggetto di investimenti da parte di plutocrati che guardano le partite con un occhio al televisore e l’altro alla quotazione di borsa della loro squadra.
Chi di calcio, diversamente da me, ne capisce dal punto di vista del gioco, mi dice che questa situazione è alla radice del fallimento della Nazionale italiana, che per la terza volta si è fatta escludere dal mondiale: i giocatori italiani sono snobbati a vantaggio degli stranieri, che fruttano di più in abbonamenti e diritti televisivi, quindi i ragazzini non sono più, come una volta, formati a diventare campioni; i calciatori italiani sono perciò di scarsa qualità ma, quando nelle squadre italiane ce n’è qualcuno, sono comprimari, se non semplici comparse, anche se non di rado si comportano da divi e si sentono come dei Rivera, dei Mazzola o dei Paolorossi, pur se con quei grandi campioni del passato non hanno niente in comune, a partire dai tatuaggi per arrivare all’amore e all’orgoglio nei confronti della maglia azzurra.
Il mio disamore verso il calcio, di solito, si manifesta con una certa insofferenza quando, nei notiziari radio o televisivi, a dispetto dei successi di Sofia Raffaeli nella ginnastica artistica, delle Nazionali di pallavolo maschile e soprattutto femminile e della grande ondata di successi italiani nel tennis, la priorità è sempre data al risultato di questa o quella partita differita di calcio, foss’anche di serie B, e agli immancabili commenti degli allenatori, commenti sempre uguali, sempre incredibilmente banali, sempre insopportabilmente insulsi. Ma quello che sta succedendo intorno al campionato mondiale che sta per cominciare in Messico, in Canada e soprattutto negli USA sta spingendo il mio disamore verso vette di disprezzo e di disgusto che non credevo di poter provare.
Ha cominciato il presidente della FIFA Gianni Infantino, purtroppo italiano, con la squallida esibizione di servilismo di cui si è reso protagonista nei confronti di Donald Trump, quando gli ha consegnato quel premio farlocco per la pace, inventato apposta per lui per consolarlo della mancata assegnazione del Nobel.
Ora si assiste a un trattamento indegno da parte delle autorità statunitensi verso la Nazionale iraniana, ad alcuni membri della quale è stato vietato l’ingresso negli USA, mentre gli altri potranno restare sul suolo americano solo per il tempo necessario a giocare le partite. Sia ben chiaro: non provo nessuna simpatia nei confronti del regime degli ayatollah. Ma è pur vero che se gli USA sono in guerra con l’IRAN la colpa è tutta di Trump, non dei calciatori iraniani.
Ancora peggio, abbiamo dovuto assistere al divieto di ingresso negli USA per Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo giudicato il migliore arbitro del continente africano, designato dalla FIFA ad arbitrare nel mondiale ma cacciato indietro dalle autorità americane solo, appunto, perché è somalo.
La FIFA, ben lungi dal protestare, si è limitata a prendere atto della decisione americana. Il che non sorprende. A conferma del rapporto ormai solo teorico del calcio col concetto di sport, il mondiale, e soprattutto questo mondiale, è un business, una fonte di introiti ai quali la FIFA guarda con occhio voglioso e avido: niente deve fermare il circo che sta per partire; figurarsi se possono farlo concetti come quelli di dignità, di onore e di rispetto; vedi poi quello di sportività!
Il mondiale sta al calcio come il festival di Sanremo sta alla musica: l’evento in sé non conta niente, quello che conta sono gli sponsor e gli introiti che garantiscono grazie ai tanti che, avidi di panem et circenses, da sempre seguono comunque le partite. E gli arbitri generosamente ammessi negli USA quelle partite le dirigeranno mentre, se avessero un briciolo di dignità, dovrebbero infilare il fischietto nel taschino e incrociare le braccia: o tutti o nessuno, direi io se fossi uno di loro.
Ma nessuno si è anche solo sognato non dico di dichiarare forfait, ma perfino di dire una sola parola di solidarietà a Omar Abdulkadir Artan.
Il calcio è uno sport? Non scherziamo. Chiamatelo business, chiamatelo politica, chiamatelo droga dei popoli, chiamatelo come vi pare, ma non “sport”.
Non insozzate la nobile parola sport accostandola a questo immondo, putrido, avido e disgustoso baraccone.
Giuseppe Riccardo Festa
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