VINCE LA FENICE DI VENEZIA E UNA CERTA POLITICA PERDE LA FACCIA

La constatazione che sorge spontanea, alla fine di una vicenda che non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, è che ad uscirne nel modo peggiore è chi, alla vicenda, ha dato inizio: quella politica (con la “p” minuscola) ubriaca di potere convinta che consista, il potere, non nel dovere di porsi al servizio ai cittadini ma anzi nel diritto di comandare, in ogni alveo e ogni interstizio della cosa pubblica, ivi inclusa la Cultura (con la “C” maiuscola).

Quella politica farà fatica a dimenticare questo difficile mese di aprile del 2026, dopo l’esito del referendum che ha visto crollare molte delle sue certezze in materia di manipolazione del consenso popolare e, oggi, si vede costretta al licenziamento di Beatrice Venezi da un ruolo che, a dispetto della conclamata inadeguatezza del suo curriculum, le aveva assegnato solo in base alle sue frequentazioni di compiacenti circoli partitici. con sublime sprezzo del ridicolo Giorgia Meloni, la prima rappresentante di quegli stessi circoli, vantava il rigetto dell’ “amichettismo” come criterio per la scelta delle persone cui assegnare ruoli di governo e di responsabilità: proprio lei che dappertutto ha piazzato parenti, sodali, affini, amici e amici degli amici; proprio lei che con Beatrice Venezi e il di lei genitore, ex picchiatore fascista, vanta una solida frequentazione e contiguità, non solo di idee.

Quei circoli non hanno mai nascosto la loro insofferenza nei confronti della – vera o presunta – egemonia della sinistra nel mondo della Cultura italiana e da quando sono al governo fanno di tutto per dimostrare di essere, loro, capaci di scalzare quell’egemonia; non (cosa che sarebbe encomiabile) per impedire che alla parola “Cultura” sia associato un qualunque aggettivo che ne circoscriva gli ambiti ma, ahimè, solo per sostituirsi, da destra, all’egemonia di sinistra senza, però, possederne gli strumenti.

Mi torna alla mente, esempio illuminante, l’entusiasmo di Giorgia Meloni dopo l’ennesima, stucchevole esibizione di Andrea Bocelli nel pucciniano “Nessun dorma” (ormai insopportabile, a causa dell’uso e dell’abuso di cui è oggetto), culminante nel solito, stucchevole e tutt’altro che esaltante “vincerò” nel quale il presunto tenore è solito esibirsi: la presidente del Consiglio si lasciò andare a sgangherate quanto ingiustificate manifestazioni di giubilo tipiche di chi ama non la musica ma le esibizioni da circo, e comunque ammissibili nella tribuna di uno stadio calcistico, certo non in un teatro d’opera.

Beatrice Venezi era stata imposta alla Fenice d’imperio pensando, da incompetenti, che una compagine di artisti potesse essere gestita alla stessa stregua di una catena di montaggio. Alla legittima protesta non solo dei musicisti ma anche dei coristi, delle maestranze, degli abbonati e poi di tutte le migliori compagini orchestrali non solo italiane, si era saputo reagire solo con meschine accuse di misoginia o, ancora più assurdamente, di rifiuto motivato da ragioni politiche laddove politiche, viceversa, erano state le ragioni della nomina.

Beatrice Venezi, ragionando con la stessa arroganza dei suoi referenti politici, non ha fatto che allargare il solco fra lei e la Fenice, lanciando a un ente lirico antico, glorioso, ammirato e rispettato, accuse volgari e infondate fino all’ultima, imperdonabile, di nepotismo nelle selezioni dei membri dell’Orchestra. Proprio lei, per giunta, che proprio per nepotismo (nella sua forma moderna di “amichettismo”) aveva ottenuto quella nomina.

L’unico risultato che Beatrice Venezi ha ottenuto è stato di dimostrare la sua inadeguatezza e immaturità. Avrebbe dovuto capire che dopo il referendum l’aria è cambiata e invece di insistere in un atteggiamento di insostenibile spocchia e arroganza, avrebbe dovuto dare lei le dimissioni (in effetti, già da molto prima del referendum). Invece ha offerto su un vassoio d’argento al sovrintendente Colabianchi, che incauto (su segnalazione di chi già ho citato) aveva creduto di poterla imporre, la scusa che ormai da settimane cercava per risolvere una situazione ormai, per lui, senza sbocchi.

Imparerà, la destra al governo, la lezione? Dopo due ministri della Cultura uno più imbarazzante dell’altro, dopo una ministra del Turismo ancora più imbarazzante di quelli della Cultura e dopo la vicenda Venezi, capirà, questa destra, che l’egemonia culturale non si conquista con atti d’imperio? Ovviamente no, perché per conquistare l’egemonia culturale la condizione primaria, necessaria e insopprimibile, è che una cultura bisogna lavorare, impegnarsi, faticare e sudare per acquisirla.

Ma a proposito di Cultura la destra al governo al contrario, per dirla con Giuseppe Giusti, fa di tutto per dimostrare che, “in tutt’altre faccende affaccendata, a questa roba è morta e sotterrata”.

Giuseppe Riccardo Festa

Views: 142

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta