Come capita agli ex fumatori (lo so bene, perché sono uno di loro), che diventano insopportabili nemici del tabagismo, succede anche agli ex atei di trasformarsi in panzer pronti a far fuoco ad alzo zero contro i nemici della loro fede. Questo percorso, che negli ambienti clericali è portato ad esempio della bella, immortal, benefica fede ai trionfi avvezza (anche Manzoni, prima di diventare un fervente – per non dire bigotto – cattolico, e l’autore degli insopportabili “Inni sacri”, in gioventù era stato un fiero avversario della religione), da chi resta legato a un approccio alla realtà di stampo laico e razionale è interpretato più prosaicamente come un evento statisticamente inevitabile, come l’occasionale “abbandono del mondo” da parte di belle donne di successo che decidono di rinchiudersi in un convento, o come la conversione di cristiani all’islam o viceversa.
Nel caso di Vittorio Messori, scomparso venerdì scorso (emblematicamente il venerdì santo, direbbe l’interessato, se potesse commentare il proprio decesso) la conversione fece gioire in modo particolare gli ambienti più conservatori del cattolicesimo, non solo in Italia, a causa della indiscutibile levatura intellettuale dell’interessato, che durante praticamente l’intero arco della sua vita professionale di scrittore e giornalista si è speso strenuamente in difesa del cattolicesimo, affermando in ogni sede di possedere una solida e inattaccabile fede cristiana.
Questo bisogna sottolinearlo: Vittorio Messori, un po’ come Dostoevskij, non amava la verità ma amava il cristianesimo, e nel nome del cristianesimo era disposto anche a prendere a calci la verità. Ricordo un dibattito televisivo nel quale, quando gli si fece notare che il cristianesimo era debitore per molti aspetti del mitraismo, non esitò ad affermare che il mitraismo (che affonda le sue radici nella mitologia assiro-babilonese) era di diversi secoli posteriore agli eventi evangelici.
Messori era inoltre amico di don Pierino Gelmini, che come è noto fu accusato di aver preso troppo alla lettera il dettato evangelico “Lasciate che i pargoli vengano a me”, giungendo ad applicarlo fino nell’intimo non solo dello spirito (suo) ma anche del corpo (dei ragazzini). «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? » dichiarò Messori a La Stampa: «Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo, ma di questi ragazzi ne avesse salvati a migliaia? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme […] E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?»
Lascio ai miei lettori il giudizio su affermazioni di questa fatta.
Non è un caso se, fervido ammiratore dei suoi due predecessori, Messori si mostrò apertamente ostile nei confronti di papa Francesco che, concentrato sulle attività pastorali, come è noto era poco attento alle questioni dottrinali, care ai cattolici conservatori.
Tornando alla questione della fede cattolica di Messori, in un osservatore smaliziato e amante della logica qualche dubbio sulla solidità e l’inattaccabilità della sua fede potrebbe sorgere. La fede, si dice (cfr. Tertulliano e il suo “credo quia absurdum”) non chiede prove, altrimenti non è fede; Messori, tuttavia, è stato uno strenuo cercatore di “dimostrazioni” della validità del suo credo. Fra queste “dimostrazioni”, fondamentali erano i miracoli, che Messori amava e, non di rado, inventava: a parte la granitica certezza, che aveva, che la “Sindone di Torino” sia davvero il sudario sul quale si è stampata l’immagine del Cristo defunto, non esitò, ad esempio, a gridare al miracolo perché il corpo riesumato di papa Giovanni XXIII non si era decomposto… dimenticando che la salma del “papa buono” era stata imbalsamata.
A un altro preteso intervento divino Messori ha dedicato il libro “Il miracolo” (nomen omen), dedicato a un mirabolante (va da sé) quanto improbabile miracolo mariano. Nel libro, infarcito fra l’altro di ben poco cattolici riferimenti astrologici e cabalistici, racconta di un mendicante spagnolo al quale nel 1640 sarebbe ricresciuta una gamba amputata. Peccato che soprassieda con disinvoltura sul fatto che la gamba “ricresciuta” (secondo i documenti che pure egli stesso cita) fosse asfittica e bluastra, come succede, guarda caso, a un arto che viene sciolto dopo esser stato a lungo ripiegato e fasciato strettamente per far credere che non ci sia e così impietosire i passanti e ottenere qualche elemosina.
Ben più interessante, e contraddittoria, è la narrazione del miracolo più importante della storia del cristianesimo, la risurrezione del Cristo, sulla quale si concentra il libro Dicono che è risorto dal sottotitolo indagine sul sepolcro vuoto. In questo libro, Messori afferma che il buon cristiano sorride con compatimento dei laici, secondo i quali la verità storica deve fare appello a basi solide e documentate. Cito:
Buona parte delle incomprensioni e dei rifiuti nei riguardi del cristianesimo vengono proprio da questo: dall’applicare anche qui, cioè, le categorie che valgono per ogni altra realtà della storia, ma che non valgono per la Storia della Salvezza, per l’ingresso e la presenza di Dio nella vicenda umana. Esiste quella che i tedeschi chiamano die christliche Weltanschauung, la prospettiva cristiana sulla storia e sul mondo. È uno sguardo che ha le sue leggi. Chi le ignora o le trascura, nulla può comprendere, pur illudendosi di capire tutto.
La prospettiva cristiana sulla storia, dunque, prescinde dallo sforzo di obiettività e dalla ricerca, dalla necessità, dal vaglio e dalla concordanza di una molteplicità di fonti. Messori, insomma, dice ai laici che sono presuntuosi, se non pateticamente cretini, nella loro pretesa di analizzare la storia del cristianesimo, perché essi non si avvalgono della christliche Weltanschauung; cosa che lui, ovviamente, invece fa. E non si rende conto di comportarsi lui da presuntuoso, con simili affermazioni. È singolare che più avanti, nell’opera dalla quale traggo l’illuminante brano che ho citato, Messori stesso si affanni poi a cercare, nel testo dei vangeli, elementi a suo parere oggettivi (estranei quindi alla christliche Weltanschauung) per sostenere il proprio punto di vista, senza tralasciare di trattare con evidente disprezzo, e definendolo ridicolo, l’osservatore laico o comunque portatore di un punto di vista non omologo al suo.
Nel libro, poi, Messori rielabora, reinterpreta, rilegge e adatta alla propria visione il racconto evangelico (contraddicendo apertamente non solo la CEI ma perfino Paolo di Tarso) per forzarci dentro il proprio fervente desiderio di vedere eventi mirabolanti e sovrumani anche là dove, perfino nei vangeli, non ce ne sono.
Messori uomo di fede?
L’impressione, in realtà, è che per credere alla risurrezione lui dovesse fare tutti quegli arzigogoli ed avesse bisogno di un supporto magico, di fatti miracolosi aggiuntivi che sorreggessero la sua fede, a chiacchiere solidissima, nei fatti zoppicante. In conclusione, il Messori che si faceva forte della christlische Weltanschauung dimostrava, stando a quel che scriveva, di esserne sprovvisto: anche lui, proprio come me, per credere in qualche cosa aveva bisogno di prove concrete.
Non avendone, le fabbricava.
Giuseppe Riccardo Festa
P.S.: mi rendo conto del fatto che questo articolo possa infastidire chi oggi è intento a celebrare la Pasqua cattolica, ma diversamente da Messori non possiedo una fede ma un’insopprimibile bisogno di verità, anche quando la verità è scomoda e sgradevole. Comunque, a chi ci crede, auguro di tutto cuore una lieta, serena e felice Pasqua e, già che ci siamo, anche un’allegra pasquetta.
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