Certo, è facile dire “lo sapevo”, ma è anche indiscutibile che una qualunque persona dotata di dosi anche omeopatiche di buon senso, e quindi diversa da Matteo Salvini, l’aveva capito fin da subito che nel pollaio della Lega la convivenza fra due galletti nero-verdi come il già citato Salvini e l’ex generale Vannacci non sarebbe durata a lungo, esattamente come – certo, su ben altra scala – era impossibile la convivenza alla Casa Bianca fra il gallo arancione Donald Trump e quello tutto nero Elon Musk: una convivenza la cui fine anche noi, nel nostro piccolo, avevamo preconizzato dalla pagine di Cariatinet.
Le due coppie di finti amici erano nate per meri motivi di opportunismo: a Salvini, la cui popolarità stava miseramente liquefacendosi, facevano comodo i voti dei vannacciani e a Vannacci – detestato dal ministro della Difesa e costretto all’aspettativa – non pareva vero di conquistare praticamente gratis una sinecura quinquennale al Parlamento Europeo. Di là dell’Atlantico, Musk sbavava per entrare nella sala dei bottoni della politica, e Trump aveva bisogno di portare dalla sua parte i padroni della Silicon Valley, di cui Musk era (allora) il rappresentante più popolare.
Però è notorio che in un pollaio due galli insieme non ci possono stare, e così prima è scoppiata la coppia americana e oggi, come era nei pronostici, si è frantumata quella italiana, o padana, o diosache, fate voi. In entrambi i casi, i compratori ne stanno uscendo con le ossa rotte, con la popolarità a picco e il consenso elettorale pure.
Il parallelo si ferma qui perché, pur se in calo di popolarità, Trump comunque – restando nella metafora avicola – sfruttando i polli che lo hanno votato si è servito della sua presidenza per accumulare pacchi di milioni di dollari per sé e per i suoi accoliti. Dal canto suo Musk, nonostante la tempestosa fine della sua amicizia con l’aspirante imperatore di tutte le Americhe oltre che della Groenlandia, i pacchi di dollari continua a contarli non a milioni ma a miliardi.
E Salvini?
Salvini fa quasi tenerezza. Dimostra per l’ennesima volta, poveretto, di avere la stessa lungimiranza di un miope senza occhiali in una stanza buia: l’effimero recupero ottenuto alle elezioni europee grazie alla pensata di arruolare Vannacci nella Lega e di promuoverlo addirittura al rango di vicesegretario, si è risolto in un clamoroso autogol che sicuramente, nella gara che lo contrappone a Forza Italia, comporterà un robusto sorpasso da parte di quest’ultima sebbene essa sia guidata da un leader, Antonio Tajani, palesemente inviso agli eredi Berlusconi, i veri padroni del partito, e comunque dotato di perspicacia e acume notoriamente non apicali: si vedano le sue esternazioni sul diritto internazionale, “che vale fino a un certo punto”, e sul Ponte sullo Stretto, utile in caso di invasioni barbariche provenienti da sud. Il sorpasso di FI sulla Lega avrà prevedibili effetti a cascata sul peso specifico all’interno della coalizione dei due partiti che, al momento, godono più o meno della stessa rilevanza. Quanto a lungo, inoltre, i colonnelli padani saranno disposti a sopportare ancora la leadership di un Salvini così palesemente incapace di scegliere i vertici del partito e di stabilire una strategia che non sia basata soltanto sulla sua fissa del Ponte, di cui a loro non potrebbe fregargliene di meno, oltre che disastroso nella gestione del ministero che gli è stato affidato?
Gli sviluppi della situazione si annunciano interessanti: quanti, fra i parlamentari leghisti, si aggregheranno al carro (più o meno armato) del nuovo partito del generale? E come potrà Giorgia Meloni, in un ipotizzabile futuro, gestire un risultato elettorale in cui a destra della pattuglia leghista si collocheranno i vannacciani razzisti e misogini nostalgici della X Mas? Dando per scontato che, se le destre si dividono, le sinistre non sono da meno e resteranno minoritarie, potrà Meloni, che sta facendo di tutto per darsi una vernice di moderazione e ragionevolezza, imbarcare anche costoro nella sua futura maggioranza, qualora essi fossero necessari per costituirla? Ai poster (elettorali) l’ardua sentenza.
Io, intanto, sto ordinando il pop-corn.
Giuseppe Riccardo Festa
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