Chissà se il ministro Piantedosi e gli altri governativi sostenitori del principio “legge e ordine”, che tanto ci tengono alla salvaguardia dei nostri valori culturali, hanno letto e studiato e, se sì, se si ricordano, del primo capitolo dei Promessi Sposi che, dopo l’incontro di don Abbondio con i bravi di don Rodrigo, racconta chi erano questi bravi e cosa faceva il ducato di Milano per combatterne la proliferazione?
Mi sa tanto di no: come direbbe Giuseppe Giusti, il loro “cervel, Dio lo riposi, in tutt’altre faccende affaccendato, a questa roba è morto e sotterrato”.
Manzoni enumera un gran numero di “gride”, ossia di decreti, che venivano letti ad alta voce sulla pubblica piazza, in cui si minacciavano le sanzioni più severe contro i “bravi”, ossia le squadracce di uomini armati (oggi li chiameremmo “gorilla”) di cui i signorotti del tempo si circondavano per spadroneggiare sulla povera gente.
Molte “gride”, nessun risultato: i bravi imperversavano, e il povero don Abbondio ne fece le spese.
È alle “gride” manzoniane che mi fa pensare la decisione del ministro, spalleggiato dalla maggioranza governativa – soprattutto i leghisti – che preme per l’approvazione di un decreto legge (un altro, visti gli scarsi risultati del precedente) che – applicando la logica del manganello – punisca la violenza giovanile, un fenomeno in preoccupante crescita, anche nelle scuole, di cui la tragedia di La Spezia rappresenta uno dei momenti culminanti.
Il sindaco di La Spezia, a capo di una giunta di destra, si è affrettato a dichiarare che l’uso del coltello è tipico di certe etnie. Questa dichiarazione ha richiamato alla mia memoria gli sguardi sospettosi che, da adolescente, ricevevo da chi, sapendomi calabrese, sospettava che tenessi il “cutieddu” in tasca: all’epoca, da Roma in su, per definizione (leggi: pregiudizio) tutti i meridionali erano ritenuti violenti e sanguinari; oggi, nonostante le cronache dicano, purtroppo, che il fenomeno è diffuso e trasversale, i razzisti come il sindaco di La Spezia, spostando il mirino, puntano sugli immigrati.
Il governo punta dunque alla repressione, ma temo che conseguirà, presso gli adolescenti violenti, gli stessi risultati che le gride manzoniane riscuotevano presso i bravi.
Certo, è ovvio che chi delinque debba essere punito. Ma non sarebbe opportuno, anche e prima, studiare, per rimuoverle, le cause della diffusione di un certo tipo di comportamenti? Non sarebbe il caso, tanto per cominciare, di restituire autorevolezza e dignità a chi lavora nelle scuole, in primis i docenti? Non sarebbe il caso di far sì che le scuole, anziché in edifici fatiscenti, freddi e malagevoli, fossero ospitate in ambienti confortevoli e gradevoli, evitando di accatastare in aule troppo piccole un numero eccessivo di studenti? Non sarebbe il caso di piantarla di gestire le scuole come aziende, impegnate ad accumulare quanti più studenti possibile spendendo il minimo indispensabile, e di restituir loro al contrario, finanziandole come si deve, il nobilissimo ruolo di fucina di cittadini consapevoli e responsabili? Già questo, a mio modesto parere, creerebbe un contesto diverso rispetto a quello nel quale i ragazzi si trovano, attualmente, a passare la metà delle loro giornate.
E poi, non sarebbe il caso di preoccuparsi di indagare sulle tante ragioni del malessere giovanile? È facile indicare nell’immigrato (come un tempo nel meridionale) la causa di tutti i mali; è facile e comodo. Ma quale fiducia nella società possono avere dei ragazzi che crescono in quartieri privi di servizi, in contesti degradati, in famiglie prive di reddito o con redditi troppo modesti, e con prospettive per il futuro a dir poco cupe?
E che esempio dà, a quei ragazzi, una classe dirigente che da un lato si affretta a punire il comune cittadino e dall’altro promuove leggi che deresponsabilizzano i potenti, i corrotti e i corruttori (vedi, ad esempio, l’abolizione dell’abuso di ufficio) e si mostra rissosa, autoreferenziale e inconcludente e consolida un contesto che blocca senza speranza l’ascensore sociale?
Crede davvero, chi promuove la repressione e basta, che questo approccio serva poi davvero a molto? Crede davvero che l’adolescente emarginato e arrabbiato che si mette un coltello in tasca, o che bullizza un coetaneo, o si unisce a una baby gang, si preoccupi, mentre lo fa, delle conseguenze di quello che sta facendo, se non viene prima di tutto rispettato e poi educato alla riflessione, alla consapevolezza e al senso di responsabilità?
Il problema è che per educare alla riflessione, alla consapevolezza e al senso di responsabilità, queste qualità bisogna possederle. Ma purtroppo (consentitemi di citare, adattandoli, alcuni versi di Edoardo Bennato), nella folla di scienziati, di dottori e di avvocati, di ministri e deputati che in questo momento, proprio mentre sto scrivendo, stanno “seriamente” lavorando, di persone che queste qualità le possiedono, sarà per un difetto della mia vista, non mi riesce di individuarne. Nemmeno una.
Giuseppe Riccardo Festa
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