Un sindaco deve pregare o deve darsi da fare?

Luisella Guidetti: "Le bigotte"

Poiché è imminente il voto amministrativo in molti comuni, un po’ dappertutto in Italia, non posso esimermi da una riflessione sull’opportunità che un sindaco o aspirante tale esibisca, a mo’ di credenziale, il fervore della sua fede religiosa, quale che questa fede possa essere anche se in Italia, inevitabilmente, si tratta quasi sempre di fede cattolica.

La riflessione nasce da una recente esternazione del primo cittadino di Macerata, la città in cui abito, conseguente al tragico ritrovamento, in una villetta, dei corpi di tre persone, due anziani e il loro figlio, deceduti da diversi mesi in solitudine: pare che la morte naturale del marito ottuagenario abbia provocato quella della moglie, immobilizzata a letto da un ictus, e del figlio da tempo invalido.

Il ritrovamento, oltre allo sgomento che inevitabilmente suscitano notizie di questo tipo, ha scatenato anche una polemica politica: a quanto pare la situazione di quella famiglia era stata segnalata all’assessore comunale responsabile dei servizi sociali il quale ha ritenuto di scaricarsi di ogni responsabilità riferendo che a suo tempo aveva girato l’informazione ai suoi uffici competenti; inoltre sono emerse difficoltà per il reperimento nel cimitero della città delle sepolture per i tre involontari protagonisti della vicenda, tanto che i loro lontani parenti sopravvissuti si sono visti costretti a cercarne altrove la sistemazione, ciò che ha indotto i consiglieri di minoranza del Comune a invitare il sindaco a farsi parte diligente “almeno” a questo proposito.

Il sindaco – e qui veniamo al tema della mia riflessione – rispondendo alle sollecitazioni dell’opposizione, non senza celare la sua commozione (a quanto pare egli è spesso vittima, in sede consiliare, di soprassalti di lacrimosa commozione) ha riferito di pregare, ogni sera, per l’anima dei tre defunti.

Presumo che della notizia si siano compiaciuti il vescovo della città e tutto il clero da lui dipendente ma non nascondo che in me, al contrario, essa ha suscitato forti perplessità. È pur vero che il sindaco in questione appartiene al partito politico guidato da Matteo Salvini, noto sventolatore di rosari e sbandieratore di libri sacri, ma siamo sicuri che sia questo il genere di iniziative che un pubblico amministratore deve vantare nelle sedi istituzionali?

Per quanto sia vero che nei vangeli si legge che la fede smuove le montagne, è appunto nelle sedi proprie – chiese, oratori e processioni – che questo genere di certezze andrebbe esibito. Da un sindaco ci si aspetterebbe qualcosa di concreto: per restare nell’esempio, che dicesse – che so? – “Ho interessato l’assessore competente che mi ha garantito il suo intervento risolutore”.

Non mi risulta che la preghiera rientri fra i doveri istituzionali di un sindaco: sono portato, al contrario, a pensare che la preghiera sia una faccenda assolutamente personale, qualcosa che deve restare fuori da ogni aspetto della vita pubblica. Anche il mitico sindaco La Pira di Firenze, che era cattolico dalle unghie dei piedi fino alla cima dei capelli, nell’esercizio della sua attività non parlava di preghiera ma si impegnava instancabilmente in azioni concrete e interventi fattivi.

C’è fra l’altro un altro passo del vangelo, che mi permetto sommessamente di rammentare al sindaco in carica di Macerata e, con l’occasione, al suo massimo referente politico e a chiunque altro, ovunque in Italia, candidandosi a cariche pubbliche abbia intenzione di vantare presso l’elettorato il fervore della sua fede religiosa: il versetto 21 dal settimo capitolo di Matteo. Quello, per intenderci, che recita “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli”. Al quale io aggiungo, riprendendo un’altra frase tipica di quei testi, un altro ammonimento.

E l’ammonimento dice: chi ha orecchie per intendere intenda.

Giuseppe Riccardo Festa

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