Terremoti, stupidità e parole in libertà

Sono le 19:43. Giusto un momento fa ho sentito l’ultima scossa di terremoto scuotermi la poltrona e ho visto i monitor del mio computer ballarmi davanti agli occhi.

Stamattina ho visto il terrore negli occhi di mia moglie, mentre tutta la casa ci si scuoteva intorno, e credo che lei abbia visto l’inquietudine nei miei perché anch’io, nonostante lo sforzo di razionalità (la casa è solida, le strutture reggeranno, non ha senso scappare) ho sopportato a fatica la scossa più violenta fra le tante di cui ho memoria, la prima addirittura nel lontano 1963.

Un quadro pesante ha ballato tanto, sul muro, da far cedere il chiodo al quale era appeso. È rovinato a terra e la cornice si è spaccata; ma a parte questo finora, a casa mia, i danni sono molto modesti, nervi a parte. Ma tanti paesi montani delle mie amate Marche, e dell’Umbria, e del Lazio, non esistono più.

Già si fa fatica, dunque, a sopportare questo continuo stillicidio di scuotimenti e la sensazione di impotenza e la perdita di senso che esso dà a ogni cosa: la musica, i libri, l’arte, perfino la fede – per chi ce l’ha (fa tenerezza l’immagine di quella gente che a Norcia si è inginocchiata in piazza, stamattina, per pregare, anche se la mia opinione al riguardo è che chi vive pregando fa la stessa fine di chi vive sperando) – tutto questo, dicevo, finisce nel calderone del provvisorio e dell’effimero: ci agitiamo tanto, scriviamo, componiamo, costruiamo; e poi basta un piccolo brivido della crosta su cui poggiamo i piedi per distruggere tutto.

Ma a questo, come se non bastasse, si aggiunge l’imbecillità di tanti che hanno problemi a connettere il cervello con la bocca, quando parlano, e con le dita quando scrivono.

Così un viceministro israeliano tira in ballo la vendetta del suo dio contro l’Italia per un voto non favorevole al suo Paese all’Unesco; una senatrice della Repubblica – non una lavandaia ignorante: una senatrice della Repubblica! – riciccia fuori la bufala secondo la quale l’intensità ufficiale dei terremoti sarebbe ridotta ad arte per far spendere di meno al governo nella ricostruzione; e altri associano il terremoto al voto per l’imminente referendum.

Ma a lasciare esterrefatti, e non poco disgustati, è il commento dell’ipercattolico (che in questo caso vuol dire becero e ottuso) Antonio Socci che se la prende col papa. Bergoglio, a suo dire, avrebbe dovuto restare in Italia (quasi che l’Italia vantasse dei diritti speciali sul capo della Chiesa cattolica) e non andare in Svezia. E poi dovrebbe consacrare il Paese alla Madonna e “pregare, pregare pregare”; ma Socci lo accusa di non credere “a queste cose cattoliche”.

Beh, se così fosse, onore a Bergoglio: la pretesa di un baciapile come Socci che ci sia qualcosa di taumaturgico nella presenza fisica in un posto di un uomo, per quanto papa, e che le sue preghiere, o quelle di chiunque altro, abbiano il potere di fermare i movimenti delle zolle tettoniche (a condizione che siano pronunciate in situ e non altrove) ha qualcosa di affascinante nella sua perentoria, esaltata e ineffabile stupidità.

Vorrei fare anche io, dunque, una preghiera, a Socci e a tutti gli altri possessori di verità più o meno magiche, più o meno medievali e più o meno perentorie: lasciateci in pace. Già è dura sopportare le scosse già venute e l’attesa delle altre che, lo sappiamo, continueranno a tormentare la nostra povera regione; voi, per favore, tacete. Il bel tacer non fu mai scritto, dice il vecchio proverbio. Mai fu così vero come con le bocche, e le penne, di imbecilli saccenti e presuntuosi come voi.

Giuseppe Riccardo Festa

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