SULLA S.S. 106 BRUTTO INCIDENTE CON TRE MORTI

CARIATI –  Ancora tre croci sulla maledetta statale 106, tre giovani vite spezzate nella prima domenica del 2010, sotto il cielo plumbeo di un pomeriggio invernale, trapunto dal gelido freddo che scende dai monti della Sila. Giuseppe Trifino, 19 anni, di Cirò (Kr); Francesco Gargiulo, 35 anni, e Antonio Bruno, 26 anni, entrambi di Schiavonea di Corigliano, sono andati via così, in quella curva nefasta, terminale di un lungo rettilineo che invita gli imprudenti a spingere sull’acceleratore, ove gli incidenti non si contano: l’altro giorno un ragazzo, anch’esso di Cirò, ha rischiato di rimetterci la vita. Siamo all’estrema periferia sud di Cariati, esattamente al chilometro 298, 60 della E90, come chiamano pomposamente i cartografi la “strada della morte”, in contrada Petraro. Giuseppe, alla guida di una Audi A6, procede in direzione nord, verso Cariati; Francesco conduce, nel senso opposto, una Fiat Idea; con lui c’è Antonio. Sono le 16 e 30; il traffico non è quello solito dei giorni feriali; c’è calma; una calma piatta rotta all’improvviso da un stridio di pneumatici ed un contorcersi di lamiere. L’Audi, per causa ancora in corso di accertamento, sbanda; si schianta contro il guard–rail di destra; il colpo è violento; l’auto sembra rimbalzare; si gira in un drammatico testa–coda; invade la corsia di marcia opposta su cui viaggiano i ragazzi coriglianesi e sfonda letteralmente la fiancata sinistra della Fiat. Qualche automobilista di passaggio osserva la dolorosa sequenza, come in un film; avvisa i soccorsi che giungono immediatamente. Il 118 di Cariati arriva in pochi secondi, ma il medico di turno, Carmine Paletta, non può fare altro che constatare il decesso di Giuseppe e Francesco; per Antonio c’è ancora qualche speranza. Nel frattempo arrivano i carabinieri della locale stazione, una pattuglia della polizia stradale di Rossano ed una squadra dei vigili del fuoco di Cirò Marina. Necessita l’elisoccorso che plana dopo una manciata di minuti in prossimità del luogo del disastro: Antonio, purtroppo, non ce la fa. Il trauma è stato talmente violento da togliere ai ragazzi ogni barlume di vita. Ricomincia il mesto calvario del riconoscimento dei poveri resti e nasce un piccolo giallo: qualcuno ritiene che gli occupanti della Fiat fossero tre, invece che due. Le forze dell’ordine, aiutati da tanti passanti, cercano per ore nei rovi e nei cespugli adiacenti la sede stradale: si teme che il probabile terzo occupante sia stato sbalzato nei lievi pendii sottostanti. Le ricerche sono infruttuose: forse non c’era nessun altro assieme ai ragazzi di Schiavonea. Il primo cadavere ad essere identificato è quello di Giuseppe, ed è uno strazio nella morgue dell’ospedale “Cosentino” ove convengono familiari ed amici del giovane. Dolore, incredulità, spasimo, pena, patimento, sono i sentimenti che animano chi lo conosceva e lo amava per quello che era: un bravo ragazzo che amava la vita. E come non si fa ad amarla questa vita quando si hanno appena 19 anni? Per Francesco e Antonio ci vuole più tempo: i documenti chissà dove sono finiti in quel groviglio di metallo contorto. I militi della Benemerita attivano le ricerche e riescono a contattare le famiglie, ma il riconoscimento deve essere stato penoso: come ci ha riferito il medico del 118, i corpi delle due vittime erano ridotti in poveri ammassi informi. Il più noto dei coriglianesi era Francesco, conosciuto per la sua passione politica. Impiegato nella Sibaritide S.p.a, la società che si occupava della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti in 35 comuni dello Jonio cosentino, era stato segretario dell’ex Pds e, da ultimo, si era candidato alle “comunali” con il Partito democratico. Coniugato, Francesco lascia due figli in tenera età. Antonio, invece, disoccupato, conviveva con la sua compagna dalla quale aspettava un figlio. Una innocente creatura che non conoscerà mai il suo papà.

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