■Antonio Loiacono
Ci sono feste che riempiono una piazza. Altre, molto più rare, riescono a riempire un’intera storia.
A Scala Coeli il 16 luglio non è semplicemente una data del calendario liturgico. È il giorno in cui un piccolo borgo della Calabria ionica ritrova sé stesso. Le case si riaprono, le famiglie sparse tra il Nord Italia e l’estero fanno ritorno, gli abbracci cancellano mesi di lontananza e le strade tornano a parlare la lingua della memoria. È un rito che si rinnova ogni anno, ma che affonda le proprie radici in un passato lontano, quando il paese iniziò a costruire uno dei capitoli più significativi della propria identità.
Per comprenderne il valore bisogna fare un salto indietro di quasi quattro secoli e mezzo.
Era il 1579 quando venne fondato il Convento della Santissima Trinità, annesso alla chiesa dedicata alla Beata Vergine del Monte Carmelo. In un’epoca in cui la Controriforma stava ridisegnando la geografia religiosa del Mezzogiorno, anche Scala Coeli divenne terra carmelitana. Quel convento, edificato fuori dall’antico abitato, non rappresentò soltanto un luogo di preghiera. Divenne il centro della vita spirituale, sociale e perfino economica della comunità.
Da quelle mura prese forza una devozione destinata ad attraversare i secoli.
Le cronache raccontano che il convento, pur ospitando un numero limitato di religiosi, disponeva di beni e rendite tali da attirare l’attenzione delle autorità ecclesiastiche dell’epoca. Le controversie con la diocesi testimoniano quanto fosse rilevante il suo ruolo nel territorio. Ma al di là delle vicende amministrative, ciò che davvero ha resistito al trascorrere del tempo è il legame profondo tra la popolazione e la Madonna del Carmine.
I conventi possono essere soppressi. Gli edifici possono cambiare volto. Le tradizioni autentiche, invece, trovano sempre il modo di sopravvivere.
È probabilmente questo il motivo per cui, ancora oggi, la festa della Madonna del Carmine rappresenta uno degli appuntamenti più sentiti dell’intero anno. Non soltanto per il suo significato religioso, ma perché continua a essere il momento in cui una comunità dispersa ritrova la propria unità. Chi vive lontano programma le ferie per esserci. Le porte delle case si riaprono. Le piazze tornano ad animarsi. Il paese, per due giorni, recupera il ritmo di un tempo.
Quest’anno quel lungo filo della memoria si rinnoverà martedì 15 e mercoledì 16 luglio.
Il percorso spirituale è già iniziato il 7 luglio con la tradizionale novena, che accompagna i fedeli verso la solennità della Beata Vergine del Monte Carmelo. Il momento culminante sarà il 16 luglio, con la celebrazione della Santa Messa e la successiva processione della venerata statua della Madonna lungo le principali vie del centro abitato. Un cammino fatto di preghiere, canti e silenzi che, anno dopo anno, rinnova un patrimonio spirituale tramandato da generazioni.
Ma la festa conserva anche quel volto popolare che, nel Sud, ha sempre rappresentato il naturale completamento della dimensione religiosa.
La sera del 15 luglio il paese si ritroverà per un appuntamento musicale che inaugurerà la parte civile dei festeggiamenti, creando un’occasione di incontro tra residenti, emigrati e visitatori. Il 16 luglio, accanto alle celebrazioni liturgiche, torneranno le tradizionali riffe e gli incanti, consuetudini che appartengono alla memoria collettiva di Scala Coeli e che ancora oggi riescono a coinvolgere intere famiglie. A chiudere la manifestazione sarà il concerto della storica band “I Teppisti dei Sogni”, chiamata a concludere due giornate nelle quali spiritualità, musica e socialità convivono in un equilibrio che soltanto le grandi feste popolari riescono a conservare.
Ridurre tutto questo a un semplice programma significherebbe non coglierne il senso più autentico.
La festa della Madonna del Carmine rappresenta infatti uno dei momenti in cui Scala Coeli ritrova il proprio tessuto umano. Per qualche giorno il paese si ripopola, le attività commerciali respirano un’aria diversa, le piazze tornano a essere luoghi d’incontro e i racconti degli anziani si intrecciano con le aspettative dei più giovani. È la dimostrazione che una tradizione non vive soltanto nei riti religiosi, ma nella capacità di creare relazioni, custodire appartenenze e trasmettere memoria.
Dietro questa manifestazione c’è il lavoro costante della Parrocchia di Scala Coeli, guidata da don Massimo Alato, che insieme a un gruppo di volontari dedica tempo, energie e passione all’organizzazione dell’evento. Gina Blandino, Antonio Varrina, Pasquale Melito, Stefano Abbruzzese, Assuntina Varrina ed Elisabetta Salvato sono alcuni dei protagonisti di un impegno spesso silenzioso ma indispensabile, grazie al quale ogni dettaglio della festa prende forma. Il loro contributo dimostra come le tradizioni non si conservino da sole: hanno bisogno di mani che le preparino e di cuori che continuino a crederci.
A rafforzare il valore culturale di questa ricorrenza arriva anche un’importante iniziativa editoriale. In occasione dei festeggiamenti è stato pubblicato il volume La Madonna del Carmine. La storia e il culto a Scala Coeli, del giornalista e scrittore Raffaele Iaria, un lavoro che raccoglie testimonianze, documenti e vicende storiche legate alla devozione carmelitana, offrendo alla comunità uno strumento prezioso per custodire la propria memoria.
Forse è proprio questo il messaggio che la Madonna del Carmine continua a consegnare a Scala Coeli.
In un tempo in cui i piccoli borghi combattono ogni giorno contro lo spopolamento e il rischio dell’oblio, la forza di una comunità si misura anche dalla capacità di non recidere il filo con le proprie radici. Ogni processione, ogni canto, ogni volto che ritorna racconta che esiste ancora un luogo capace di richiamare i suoi figli, ovunque la vita li abbia condotti.
Per questo la festa del 15 e 16 luglio non è soltanto una ricorrenza religiosa.
È la dimostrazione che la storia non vive soltanto nei libri o negli archivi. Continua a camminare tra la gente. E mentre la statua della Madonna del Carmine attraverserà ancora una volta le vie di Scala Coeli, non porterà con sé soltanto una devozione antica, ma oltre quattro secoli di memoria condivisa. Una memoria che resiste al tempo, unisce le generazioni e ricorda a tutti che un paese conserva davvero la propria anima solo quando continua a riconoscersi nella sua storia.
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