Sanremo, la seconda serata.

La serata prende l’avvio un po’ in sottotono, con Carlo Conti che introduce, da solo, i primi quattro esemplari delle nuove proposte: lo fa con l’aria di chi deve sbrigare in fretta un’incombenza non troppo piacevole ed ha qualcosa d’altro di urgente da fare. La prima a esibirsi è una bella moretta,  Marianne Mirage, con Le canzoni fanno male, un pezzo gradevole dal testo che richiama la preistorica Bang bang di Cher. Cher, forse non lo sapete, ha cantato alla festa di incoronazione di Tutankamen. Poi li hanno imbalsamati tutti e due, e lui è quello che si è conservato meglio. La voce della fanciulla è incerta, ma in fondo non è peggio della media della prima serata dei campioni.

Universo è il pezzo di Francesco Guasti, il secondo giovane proposto. All’inizio non si capisce una parola, comunque la canzone è insignificante e la voce sa di broncopolmonite galoppante. Non si vede ancora Maria De Filippi, che evidentemente considera le nuove proposte un’incombenza non alla sua altezza.

Braschi è tanto povero da avere solo il cognome. Esegue Nel mare ci sono i coccodrilli. Ritmo gradevole e melodia pure ma il testo, con pretese di parabola e metafora immaginifica, esagera ed è semplicemente sconclusionato. Leonardo Lamacchia, l’ultimo dei giovani proposti stasera, è pugliese e forse, almeno fisicamente, cerca di somigliare a Modugno. Di somigliargli artisticamente non se ne parla nemmeno. Canta Ciò che resta. Non è molto, in effetti.

Fine del primo gruppo dei giovani, che tali sono magari anagraficamente, ma di giovane nelle canzoni non hanno niente: i loro pezzi sono prodotti, non creazioni, scritti e musicati apposta per il palco dell’Ariston, coi giusti dosaggi di ovvietà e frasi fatte, o viceversa con eccessive pretese di originalità, che poi sconfinano nel grottesco, come d’altra parte la quasi totalità delle canzoni dei cosiddetti campioni: è la legge del festival. Un po’ se ne discosta Marianne Mirage che infatti è subito scartata, insieme a Braschi. Ma questo era solo il prefestival, l’aperitivo prima del pasto o se preferite l’anestetico prima dell’intervento alla cistifellea. Mentre la tv manda qualche diecina di spot, con Valeria Mazza che viascica varole incomvrensivili (mi viene da imitarla), butto giù in fretta la cena.

Apre la serata un illusionista mezzo vero e mezzo digitale. Originale, anche se i gesti plateali e ridondanti che fa sono quelli tipici dei prestigiatori di ogni tempo. Finalmente arriva Maria De Filippi, con la solita trovatina che dovrebbe essere divertente e invece è stucchevole: con la cassetta da sigaraia a tracolla, distribuisce al pubblico portachiavi che riproducono l’abbronzatura di Carlo Conti. Il pubblico, doverosamente, applaude. Il compito del pubblico, al festival, è di doverosamente applaudire.

Anche stasera Maria De Filippi ha l’espressività e la flessuosità di una Sfinge. Non ho mai guardato i suoi programmi, e ieri sera pensavo che la cosa dipendesse dal malessere che aveva accusato; invece, stasera ho l’impressione che sia un dono di natura.

La gara dei campioni incomincia, e la Maria nazionale introduce Bianca Atzei (ma chi è?) che canta Ora esisti solo tu. Il titolo non promette niente di buono, e la canzone lo mantiene. Gran bel viso, Atzei è piena di tatuaggi sulle braccia che ricordano i timbri sui quarti di manzo nelle macellerie e tanto già mi basterebbe per squalificarla. Esordisce col classico inizio sul registro basso, poi comincia a strillare per essere sicura che tutti sentano le scempiaggini prevedibili del suo testo.

Secondo è Marco Masini che canta Spostato di un secondo. Ha una gran barba biblica e la strofa del pezzo, in effetti, sa molto di predicozzo mormone. Il ritornello è urlato e incazzoso come nella tradizione di Masini ed è anche un po’ rappeggiante, tanto per aggravare la sua posizione. La canzone dice in sostanza, vedi tu che originalità, che bisogna amare.

Ospitata di Francesco Totti. Per me che sono ignorante di calcio l’entusiasmo del pubblico è incomprensibile, ma er pupone in fondo è simpatico e sa investire sulla propria presunta dabbenaggine. Introduce una coppia, un rapper e una cantante: Nesli e Alice Paba con Canzone senza tempo. Titolo azzeccato, nel senso che il pezzo sicuramente non ha un futuro. Il rapper canta, poveretto, e si vede che non c’è abituato. Entrambi stonano clamorosamente e questa è l’unica cosa notevole dell’esibizione.

E poi entra una creatura della De Filippi, tale Sergio Sysvestre, dalla figura a dir poco imponente: si espande in modo incontrollato in tutte le direzioni, e spero che non legga mai questo articolo perché mi sa che non sarebbe salutare litigarci. Come se da solo non bastasse, canta Con te. Con entusiasmo imbarazzante da bambinone ipertrofico, esegue la solita melassa musicale. Sarà l’emozione, ma le incertezze dell’intonazione stasera si sprecano. Alle sue spalle, otto vocalist non riescono a dare sugo a un pezzo senza costrutto. Sul testo scenda un pietoso velo.

Pubblicità,  e io mi mangio due mandarini che fanno tanto bene alla mia età. Poi torna De Filippi con l’aria di una che sta là ma non è certa di sapere perché, e resta ingessata nella sua sussiegosa rigidità.

Ospitata di un certo Salvatore Nicotra, catanese e dipendente pubblico, che incredibilmente per 40 anni non ha mai fatto un giorno di assenza sul lavoro, neanche per le ferie: giusto esibirlo, perché uno così, in Italia, è assimilabile a un fenomeno da baraccone.  Simpaticamente, richiama i dipendenti pubblici al dovere del rispetto del loro lavoro, proprio nel giorno in cui a Cosenza hanno arrestato una dozzina di dipendenti pubblici della categoria furbetti del cartellino.

Quinto cosiddetto campione è,  ahinoi, Gigi D’alessio, che canta La prima stella. Sarà un titolo apotropaico visto che la sua, di stella, pare decisamente in declino. D’Alessio è comunque una garanzia: basta sentirne la voce per essere certi di incazzarsi. Vorrei negli occhi tuoi i miei è una delle frasi del testo, e il resto è sullo stesso livello poetico. Però in compenso la musica è un brodo allungato diluito nell’acqua distillata: è  fatta col ciclostile e potrebbe appartenere a una qualunque canzone di Sanremo dal 1951 in poi.

E poi arriva Crozza col suo comizio. Perché Crozza non fa satira ma comizi, conditi di volgarità gratuite (in Italia la parolaccia è garanzia, ahinoi, di applausi e risate). Conti ride per dovere d’ufficio, io non ci riesco. Qualche battuta politicamente corretta e condivisibile sui diritti delle donne migliora la sua prestazione, anche se sembra inserita a fine comizio più che altro per captatio benevolentiae: insomma, per guadagnare qualche doveroso applauso in più.

Totti torna e presenta Michele Bravi, che canta Il diario degli errori. Il ragazzo ha un’irritante faccia da bravo ragazzo e una voce miagolante tendente al birignao. Sembra un adulto che fa la voce da bambino, o forse un bambino che non ha capito di essere ormai adulto. Il testo è pretenzioso ma tutto sommato privo di senso, con parole dagli accenti spostati per farli entrare a martellate nella metrica.

Sono proprio fuori dal mondo: di tutti questi pretesi campioni che hanno cantato finora, conoscevo solo  (e solo di nome, sia ben chiaro) Gigi D’Alessio. La pubblicità ripropone lo spot Suzuki con sospiroso risucchio finale; lo spumante Sant’Orsola continua a presentare la clip della tizia in maschera dalla faccia rigida che si leva la maschera e poi con espressione assente beve il prosecco su un balcone di Venezia. Ma stasera, almeno finora, la pubblicità è la parte più arrapante dello spettacolo. Torna poi il festival con Totti in veste di intervistato, bravissimo a interpretare sé stesso. È simpatico, meglio perfino della pubblicità.

Il settimo campione è Paola Turci. Di questa almeno il nome lo conoscevo. Canta Fatti bella per te. Canzone femminista, si direbbe. Il testo infatti esce dagli stereotipi. Pezzo originale, gradevole anche nella musica e nell’arrangiamento. Dopo il pezzo di Mannoia di ieri è quello che preferisco, finora.

Ospite, per la gioia della claque strillacchiante delle ragazze in galleria, è ora Robbie Williams, famoso oltre che per molte canzoni oggettivamente belle, anche perché è più tatuato di Fedez, e ce ne vuole. La canzone che canta è piuttosto negli standard, esattamente come l’intervista. Grande colpo di scena quando bacia la De Filippi, o forse è lei che bacia lui; presumo che, in entrambi i casi, per questa prestazione extra Williams abbia preteso un robusto cachet. Io, tenuto conto del sex appeal di De Filippi, l’avrei preteso. Comunque la foto mostra un imbarazzante riporto a torciglione sulla voglia di ginocchio (ossia la chierica) che s’allarga sulla nuca del divo.

Battutine senza sale tra la baciatrice e Conti prima di introdurre Francesco Gabbani, vincitore delle nuove proposte dello scorso anno. Canta Occidentali’s kharma. Mi piace, come mi piacque l’anno scorso, con quella mirabile faccia da schiaffi da tipo che non si prende troppo sul serio, anche se la canzone è nella scia del pezzo dell’anno scorso. È allegro, ironico e originale. Bravo. Peccato per il finto scimmione che fa break dance mentre lui canta: è una caduta di gusto, ma gliela perdono. Scavalca Turci nel mio cartellino.

Ospitata di Giorgia, alias La Grande Voce Sprecata, visto che canta con grande tecnica ed eccesso di svolazzi e ghirigori cose inascoltabili. È simpatica, ma sexy come un manico di scopa e lo sa, e il vestito  che indossa accentua questa sua femminilità al cloroformio. La canzone è,  al solito, insulsa e inutilmente infarcita di gorgheggi e ululati (perfettamente intonati, ma sempre ululati sono). Poi ripropone i suoi successi sanremesi, e per me è pipì time. Torno, e lei continua a tirarsi su il vestito troppo scollato che le cade giù; non credo, se anche le cadesse, che ci sarebbe molto da guardare. Mi concedo la battuta perché è stata lei per prima, simpatica e autoironica, ad alludere alla scarsezza dei suoi attributi sessuali secondari: le tette, insomma. Le sue canzoni, comunque, continuano ad essere inascoltabili: tecnicamente perfette, esibizioni di talento sprecato.

Tocca ora a Michele Zarrillo, con Mani nelle mani. Che titolo originale! Lui ha un po’ un’aria da impiegato dell’ufficio postale dietro l’angolo. Canta un altro testo con parole estratte dal sacco delle banalità,  condite con musica ad alto tasso di ovvietà.  Canzone che se non fosse stata scritta nessuno se ne sarebbe accorto, salvo ovviamente Zarrillo; o forse nemmeno lui, che a mio modesto avviso dovrebbe fare un pensierino sull’impiego all’ufficio postale.

Pubblicità, in cui spiccano le squinzie il cui grande problema esistenziale non è il lavoro, e nemmeno la famiglia, e nemmeno il riscaldamento globale: il loro problema è avere capelli forti, leggeri e sempre perfettamente in piega. Sarà per invidia, ma le trovo piuttosto cretine. C’è di peggio, col ritorno del rap dell’acqua Lete, che mi fa venire in mente un invito  tipicamente marchigiano: Lete de li coj*ni (tradotto: levati dalle scatole. Beh, più o meno).

Ma torna il festival, con l’ospitata di Keanu Reeves, divo un po’ in disarmo che però riceve la doverosa dose di strilletti dalle signore del pubblico. Intervista che rispetta i doverosi cliché delle interviste a divi di lingua inglese. Conduce De Filippi, disinvolta e sciolta come un tronco d’abete stagionato e piantato là senza un preciso perché.

Reeves invecchia male e ha i lunghi capelli piuttosto unti (parla naturalmente la mia invidia di uomo calvo), e l’intervista è interessante come la confessione di un pensionato a un parroco distratto. Non so voi, miei pazienti ventiquattro lettori, ma quest’intervento lo trovo divertente come la messa delle sei del mattino in un giorno di novembre in una chiesa di cemento armato nel cuore della nebbia della val Padana. Poi Reeves si esibisce al basso, da buon dilettante, ma niente di che. Nell’insieme una cosa da oratorio.

Decimo campione è una laureata in economia, Chiara, che canta Nessun posto è casa mia. Ha in effetti una faccia dall’espressione piuttosto rigida, adatta a una commercialista. Ma è possibile che queste giovani cantanti cantino tutte allo stesso modo, senza un briciolo di individualità, di stile personale? La canzone è comunque, per quanto riguarda il testo, un onesto tentativo di dire qualcosa di meno ovvio del solito, non molto ben riuscito, però.  La musica è del tutto priva di carattere.

Ultimi campioni una coppia, il rapper Raige e Giulia Luzi (mai sentiti nominare, non diversamente dalla precedente Chiara) che cantano Togliamoci la voglia. Dicono a raffica dei Cosa c’è con la e lombarda spalancata di chi non ha idea di cosa sia la dizione italiana. Dicono anche A me capita con te, che però pronunciano A me capita conte. Mezzo rap e mezza canzone, una cosa da dimenticare sotto tutti i profili.

Riassumendo, stasera si salvano due canzoni su undici. Meglio di ieri, e il totale fa tre su ventidue. Mi chiedo come dovessero essere le centinaia di canzoni scartate, se queste erano davvero le migliori.

In attesa di sapere quali sono i tre cantanti a rischio esclusione, infornata di ospiti. Brignano, Insigna e Cirilli fanno i comici. Cirilli è insopportabile, col vizio che ha di ridere delle proprie battute, e anche gli altri non è che brillino più di tanto, stasera. Rievocano vecchi musical italiani ma mi fanno pensare a quelli che insistono a raccontare le barzellette anche se non le sanno raccontare.

Biffy Clayro è un altro gruppo, tanto internazionale e di successo quanto sgradevole: un cantante senza voce esegue una canzone senza melodia con un accompagnamento senza armonia; Carlo Conti si spertica in lodi obbligatorie, io penso o tempora o mores.

Dopo pubblicità, TG, attrice che interpreta su Rai1 uno sceneggiato su Dalida, Rocco Tanica dall’umorismo che vorrebbe essere demenziale ma è piuttosto forzato, c’è e ancora altra pubblicità con quel tizio odioso della caramella Golia che congela la fidanzata per giocare al calcetto e segnare un gol congelando il portiere avversario, e si fa poi congelare a sua volta da quella con l’aria da deficiente che l’ha tamponato ruminando chewing gum. Beh, almeno stasera ci hanno risparmiato gli artigiani della qualità di Poltrone&Sofà. Infine Milly Carlucci, la mummia meglio riuscita della storia dell’antico Egitto, annuncia l’imminenza di Ballando con le stelle.

E finalmente apprendiamo che a rischio esclusione  sono Nesli e Alice Paba, Bianca Atzei, e Raige e Luzi: insomma, con mio sommo e maligno gaudio, tutti i rapper inseriti in rassegna sono stati scartati al primo turno. Peccato che dei sei scartati solo due lo saranno definitivamente: questo vuol dire che uno dei rapper sarà ripescato. Fra l’altro, agli scartabili io avrei aggiunto anche D’Alessio, ma non si può avere tutto.

Giuseppe Verdi non mi è apparso in sogno, la scorsa notte: si dev’essere proprio arrabbiato. E io non oso dargli torto.

Giuseppe Riccardo Festa

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