■Antonio Loiacono
Da alcuni mesi le comunità parrocchiali di San Michele Arcangelo e di San Cataldo, guidate da don Gaetano Federico, hanno avviato un importante percorso di recupero e messa in sicurezza di edifici religiosi che rappresentano un patrimonio non soltanto ecclesiale, ma anche storico e culturale dell’intera città.
Il primo intervento ha riguardato la sagrestia della Concattedrale, da anni interessata da infiltrazioni causate dalle precarie condizioni della copertura. Un problema noto ai fedeli e aggravatosi nel tempo, che rischiava di compromettere ulteriormente ambienti e strutture.
Dopo una lunga fase di valutazioni tecniche e preventivi, protrattasi per oltre due anni, si è finalmente giunti all’esecuzione dei lavori, resi possibili grazie all’impegno della comunità parrocchiale, al sostegno del Comitato Festa San Cataldo e al contributo della Curia Diocesana.
Risolta una prima emergenza, l’attenzione si è inevitabilmente spostata verso un altro edificio caro ai cariatesi: il Santuario di San Cataldo!
Chi lo frequenta abitualmente conosce bene le problematiche che da tempo affliggono la struttura. Le infiltrazioni d’acqua sono visibili in diversi punti e hanno reso necessario un intervento organico e risolutivo. In questi giorni la ditta incaricata sta operando sulla copertura delle cappelle laterali e della navata centrale, mentre successivamente i lavori interesseranno anche altre parti dell’edificio, comprese alcune aree della sagrestia.
Si tratta di opere autorizzate e monitorate dagli enti competenti. Sia la Concattedrale sia il Santuario di San Cataldo rientrano infatti tra gli edifici di interesse storico e architettonico sottoposti all’attenzione degli organismi di tutela, circostanza che impone procedure particolarmente rigorose e tempi spesso più lunghi rispetto a un normale intervento edilizio.
Ma restaurare il Santuario di San Cataldo significa fare qualcosa di più che riparare un tetto.
Significa custodire una storia che attraversa secoli.
Le fonti agiografiche concordano nell’indicare San Cataldo come un vescovo irlandese del VII secolo, ma il luogo esatto della sua nascita resta tuttora avvolto nell’incertezza. Alcune tradizioni lo collegano al sud dell’Irlanda, nell’area dell’attuale contea di Kerry, senza che esistano tuttavia prove documentarie definitive
Secondo le ricostruzioni riportate da don Gaetano Federico, il culto del santo irlandese giunse a Cariati grazie ai pescatori tarantini che frequentavano il tratto di mare ionico compreso tra la costa pugliese e quella calabrese. Una presenza antica, legata alle rotte del cabotaggio e agli scambi che per secoli hanno unito le due sponde del Golfo di Taranto.
Attorno all’arrivo del culto è nata una delle tradizioni più suggestive della religiosità popolare cariatese.
La leggenda racconta che alcuni pescatori rinvennero sulla spiaggia un’effigie di San Cataldo. Trasportata nella Cattedrale, l’immagine sarebbe stata ritrovata il giorno seguente nello stesso luogo del rinvenimento. Un segno, secondo la devozione popolare, della volontà del santo di essere venerato proprio in quel punto. Fu così che venne edificata una prima cappella, destinata nei secoli a trasformarsi nell’attuale Santuario.
Le testimonianze storiche attestano anche di una chiesa antichissima, risalente almeno al XV secolo, restaurata nel 1647 dal vescovo Francesco Gonzaga dopo le devastazioni provocate dalle incursioni turche che interessarono le coste calabresi alla fine del Cinquecento.
Nel corso del tempo il santuario ha conosciuto ampliamenti, restauri e trasformazioni.
Le fotografie storiche esposte durante la recente mostra allestita in occasione delle festività patronali hanno consentito a molti cittadini di osservare l’evoluzione dell’edificio. Le immagini documentano una struttura originariamente più semplice, successivamente ampliata con le navate laterali che oggi caratterizzano l’impianto architettonico della chiesa.
Una tappa fondamentale di questa storia è rappresentata dall’opera del vescovo Giovanni Andrea Tria, che nel 1726 commissionò la celebre statua lignea di San Cataldo in abiti pontificali. Un’opera che quest’anno ha raggiunto il prestigioso traguardo dei trecento anni e che continua a rappresentare uno dei simboli più riconoscibili della devozione cittadina.
Importanti furono anche gli interventi promossi nel Novecento dal vescovo Orazio Semeraro, al quale si devono opere di valorizzazione e abbellimento del Santuario, contribuendo a consolidarne il ruolo di riferimento spirituale per l’intera diocesi.
L’effigie di San Cataldo continuerà a rimanere nel Santuario fino al completamento degli interventi programmati. Una scelta dettata non soltanto da ragioni logistiche, ma anche dal desiderio di accompagnare simbolicamente il percorso di recupero del luogo sacro. Al termine dei lavori, infatti, il Santuario potrà essere restituito ai fedeli nella sua piena funzionalità e il Santo Patrono sarà già presente nel suo storico luogo di devozione, consentendo di organizzare una solenne celebrazione comunitaria che segni insieme la conclusione degli interventi e il rinnovato legame tra la comunità e uno dei suoi simboli religiosi più identitari.
Per sostenere le spese dei lavori la comunità si è mobilitata come spesso accade nei piccoli centri dove il senso di appartenenza continua a rappresentare una risorsa concreta. Sono state organizzate iniziative di raccolta fondi, lotterie e momenti di condivisione, mentre una parte delle risorse proviene dal fondo della Festa di San Cataldo.
Non basta ancora!
Per questo don Gaetano Federico rivolge un appello alla generosità dei fedeli e di tutti coloro che conservano un legame con Cariati.
L’obiettivo è completare gli interventi e restituire pienamente al culto uno dei luoghi più amati della città.
Perché le pietre raccontano una storia. Ma hanno bisogno di mani che continuino a custodirla.
E forse è proprio questo il significato più profondo dei lavori in corso: non soltanto preservare un edificio, ma consegnare alle generazioni future una memoria che continua a vivere tra il mare, la fede e l’identità di un popolo.

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