■Antonio Loiacono
C’è una costante nella storia europea: le grandi dispute politiche raramente nascono dai numeri. I numeri arrivano dopo. Prima vengono le idee, le visioni del futuro, le diverse interpretazioni della realtà. È quanto sta accadendo anche attorno alla flessibilità concessa dall’Unione Europea sulle spese energetiche, una misura che a Roma viene celebrata da alcuni come una vittoria diplomatica e che, al contrario, viene descritta da altri come la dimostrazione di una profonda contraddizione politica.
È su questo terreno che si inserisce l’affondo di Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo. La sua critica non si limita al merito tecnico della deroga. Punta piuttosto a demolire la narrazione che la accompagna. «Presentare la deroga al Patto di stabilità sull’energia come un risultato straordinario del governo è un tentativo di ingannare cittadini e imprenditori», afferma l’europarlamentare, contestando la lettura trionfalistica proposta dall’esecutivo.
Secondo l’ex presidente dell’INPS, la possibilità di disporre di maggiori margini di spesa rappresenta infatti un’opportunità pensata da Bruxelles per accelerare investimenti legati alla transizione energetica, alle fonti rinnovabili e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. «La Commissione apre a una flessibilità di 13-14 miliardi di euro in tre anni per fare esattamente ciò che Giorgia Meloni non ha mai voluto fare: gli investimenti green», osserva Tridico, evidenziando quella che considera una evidente incongruenza politica.
La questione, dunque, non riguarda soltanto i circa quattordici miliardi potenzialmente mobilitabili nei prossimi anni. Riguarda soprattutto la direzione verso cui quelle risorse dovrebbero essere orientate. È qui che emerge la frattura politica.
Da un lato il governo rivendica l’allentamento dei vincoli di bilancio come un successo negoziale. Dall’altro, l’opposizione si domanda quali investimenti verdi siano effettivamente pronti a beneficiare di quella flessibilità. Una domanda che non appare marginale. Nelle dinamiche europee, infatti, le deroghe non sono semplici concessioni contabili: sono strumenti finalizzati a determinati obiettivi strategici. Se manca il progetto politico, la disponibilità finanziaria rischia di trasformarsi in una scatola vuota.
Il confronto si estende inevitabilmente anche al tema delle accise energetiche. Da anni la politica italiana affronta l’emergenza dei prezzi attraverso interventi che attenuano temporaneamente l’impatto sulle famiglie ma che difficilmente modificano le cause strutturali del problema. È il classico dilemma tra consenso immediato e pianificazione di lungo periodo. Una tensione che accompagna tutte le democrazie contemporanee e che diventa ancora più evidente quando la transizione energetica richiede investimenti costosi, benefici differiti e scelte spesso impopolari.
Su questo punto la posizione del capodelegazione pentastellato è netta. Gli sconti generalizzati sulle accise, sostiene, «non producono effetti economici positivi, portano a bruciare soldi a debito, drogano il mercato e ci rendono più dipendenti dal fossile». Per Tridico sarebbe invece più efficace destinare le risorse disponibili a misure selettive per le famiglie più vulnerabili e a incentivi capaci di accelerare la conversione energetica delle imprese.
Non sorprende allora che il dibattito sull’energia finisca per intrecciarsi con quello sulla spesa militare, sulla politica industriale e persino sulla guerra in Ucraina. In apparenza si tratta di dossier distinti. In realtà sono tasselli della stessa partita geopolitica. Ogni euro destinato alla difesa, alle infrastrutture energetiche o agli incentivi industriali contribuisce a definire il modello di sviluppo che l’Europa intende perseguire nei prossimi decenni.
La vera posta in gioco, dunque, va ben oltre la polemica quotidiana tra maggioranza e opposizione. La domanda che attraversa il confronto politico è un’altra: l’Italia vuole utilizzare gli spazi fiscali concessi dall’Europa per adattarsi ai cambiamenti del XXI secolo o per gestire le emergenze del presente?
La risposta non dipenderà dalle dichiarazioni di queste settimane. Dipenderà dai bilanci, dagli investimenti e dalle priorità che verranno scelti nei prossimi anni. Perché nella politica europea, come nella storia, il valore di una vittoria non si misura nel giorno in cui viene proclamata, ma nel futuro che riesce concretamente a costruire.
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