QUANDO L’AMBULANZA RESTA SULLA CARTA!

A Longobucco il 118 è pronto ma fermo: la burocrazia corre più lenta della vita, e nelle aree interne l’attesa può essere fatale

La sede della Misericordia di Scala Coeli (CS)

Antonio Loiacono

C’è un momento, in certe vicende, in cui il linguaggio amministrativo smette di essere neutro e diventa quasi offensivo. Accade quando le parole — “DVR” (documento in cui vengono analizzati e valutati tutti i rischi presenti in un ambiente di lavoro), “impegno di spesa”, “certificazione”, “iter” — continuano a scorrere mentre, fuori dai verbali, qualcuno muore. Longobucco oggi è lì, in quel punto esatto di frizione: tra la carta che non si muove e la vita che invece corre, senza protezioni.

L’idea centrale è semplice, e proprio per questo difficile da accettare: l’emergenza sanitaria non è ferma per mancanza di mezzi o di volontà sul territorio, ma per un incastro burocratico che si è trasformato in immobilismo. Attorno a questo nodo ruotano due verità secondarie, meno urlate ma decisive: la solitudine operativa delle associazioni che dovrebbero garantire il servizio e l’assenza di una responsabilità chiaramente riconoscibile.

La postazione del 118 di Longobucco, affidata alla Misericordia di Scala Coeli, esiste. Non come promessa, ma come struttura pronta. Convenzione firmata. Locali individuati e presi in affitto. Personale avviato alla formazione. Medico competente nominato. Visite effettuate. Corsi sulla sicurezza attivati. Tutto ciò che, secondo la normativa, spetta al soggetto gestore è stato messo in fila. Eppure, il servizio non parte.

Rocco Acri, governatore dell’associazione, parla con un tono che non cerca alibi. Non alza la voce, non costruisce accuse spettacolari. Racconta piuttosto una sequenza di fatti che, messi uno accanto all’altro, producono un paradosso inquietante: si paga un affitto da mesi per una sede che non può aprire; si firma una convenzione che non abilita all’operatività; si attende un “certificato” che nessuno sa indicare con precisione quando arriverà. Nel frattempo, l’ambulanza resta ferma. Non per scelta. Per attesa!

Qui il racconto si fa più opaco, come spesso accade quando la responsabilità si diluisce. L’ASP. Azienda Zero. La sala operativa di Cosenza. Tutto il 118 regionale, accentrato. Nessun soggetto che dica apertamente: tocca a me. Nessuno che assuma il peso dell’ultima firma, dell’ultimo atto, di quell’autorizzazione che separa un presidio sanitario da una stanza chiusa.

È una vicenda che va oltre Longobucco. Perché ciò che emerge non è solo il ritardo di una postazione, ma un modello: associazioni pronte e lasciate in sospensione; territori interni che attendono servizi essenziali come se fossero concessioni; emergenze trattate come pratiche ordinarie. Nel frattempo, chi vive in montagna continua a misurare il tempo non in minuti, ma in chilometri.

Dopo il recente episodio di malasanità, questa storia pesa di più. Non perché sia nuova, ma perché è rimasta irrisolta. Le parole rimbalzano tra uffici, mentre la domanda resta inchiodata lì, senza risposta ufficiale: chi decide quando un’ambulanza può partire? E soprattutto, chi risponde quando non parte?

Non serve aggiungere retorica. I fatti bastano. Una postazione pronta che non entra in funzione. Un’associazione che anticipa costi senza certezze. Un sistema sanitario che, nelle aree interne, continua a funzionare per sottrazione e una comunità che, ancora una volta, scopre che l’emergenza più grave non è il malore improvviso, ma l’attesa.

Il resto — certificazioni, passaggi formali, competenze incrociate — verrà spiegato. Forse. Ma intanto il tempo passa. E in sanità, soprattutto qui, il tempo non è una variabile neutra. È spesso la linea sottile tra arrivare in tempo e arrivare troppo tardi.

 

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