■Antonio Loiacono
Il mare, a Pietrapaola, di solito non chiede attenzione. Sta lì, costante, quasi discreto, mentre la vita scorre a pochi metri dalla riva. Le panchine si riempiono sempre alle stesse ore, le scarpe da ginnastica battono l’asfalto con una regolarità rassicurante, i saluti si scambiano senza fretta. È un luogo che vive di normalità, di gesti ripetuti, di una fiducia silenziosa nel fatto che domani sarà uguale a oggi.
Poi, ieri, improvvisamente, qualcosa è cambiato e quella continuità s’è incrinata!
L’aria non accoglieva. Respingeva. Un sentore acre, ostinato, si insinuava tra le folate marine, cancellando ogni traccia di iodio. Non era il mare come lo si conosce, ma una sua versione disturbata, quasi ostile. Non si trattava di un capriccio del vento!
Sulla battigia, il corpo immobile di una tartaruga marina raccontava tutto senza bisogno di parole. Una Caretta caretta, creatura antica e protetta, era stata spinta a riva dal destino — o da ciò che nel mare ormai destino non è più. Attorno a lei, corvi e altri animali avevano già iniziato il loro banchetto, seguendo una legge naturale che non conosce imbarazzo né pietà.
La segnalazione, da parte di chi, ieri, ha rinvenuto la povera tartaruga, è partita immediata. La macchina delle istituzioni ha risposto con la puntualità che la situazione richiedeva. I militari della Capitaneria, provenienti dal presidio di Cariati e coordinati con gli uffici di Corigliano-Rossano, hanno raggiunto il tratto di costa indicato. L’area è stata circoscritta, il corpo dell’animale protetto e schermato con ciò che il luogo offriva: rami, foglie, vegetazione costiera. Un gesto semplice, quasi antico, per sottrarre la scena allo sguardo e al degrado ulteriore.
Comune e Azienda sanitaria sono stati informati. Oggi saranno avviate le procedure per la rimozione della carcassa e per la bonifica del tratto interessato. Tutto secondo protocollo. Tutto necessario.
Eppure, ciò che resta non è solo una sequenza di interventi. Resta una sensazione più sottile, difficile da archiviare. Perché quando il mare restituisce un animale così, non sta solo segnalando un evento isolato. Sta mostrando una crepa. Un punto di cedimento nel rapporto tra l’uomo e l’ecosistema che lo circonda.
La Caretta caretta non è una presenza rara nei nostri racconti: è simbolo, bandiera, immagine stampata su manifesti e campagne di tutela. Ma vederla lì, ridotta a un corpo senza più movimento, spoglia ogni retorica. Riporta tutto a una dimensione essenziale, scomoda, reale.
Il mare, ieri mattina, non offriva bellezza. Offriva una domanda.
E come spesso accade con le domande vere, non aveva fretta di ricevere risposta.
Forse il senso di questa storia sta proprio nell’odore che ha interrotto una passeggiata qualunque. Un segnale chimico, primitivo, impossibile da ignorare. Il mare non alza la voce, non scrive lettere, non protesta. Si limita, ogni tanto, a restituire ciò che non riesce più a portare con sé. Sta a noi decidere se continuare a camminare fingendo di non sentire, o fermarci — finalmente — ad ascoltare.
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La Caretta caretta, conosciuta come tartaruga marina comune, è una delle creature più antiche e simboliche del Mediterraneo.
Ha un corpo massiccio, protetto da un carapace color ambra e ruggine, solcato da venature che raccontano il tempo e i viaggi. La testa è grande, poderosa, con mascelle forti pensate per frantumare crostacei e molluschi; gli occhi scuri sembrano custodire una calma primordiale. Le pinne anteriori, ampie e muscolose, la spingono nell’acqua con movimenti lenti ma determinati, mentre sulla terra la rendono vulnerabile, quasi esitante.
Vive gran parte della sua esistenza in mare aperto, attraversando correnti e distanze immense, guidata da una memoria invisibile. Torna a riva solo per deporre le uova, scegliendo spesso la stessa spiaggia in cui è nata: un gesto antico, preciso, fragile. È in quel momento che la Caretta caretta mostra tutta la sua esposizione, affidando il futuro alla sabbia, al buio, al silenzio.
Specie protetta e minacciata, è diventata il simbolo di un equilibrio delicato tra uomo e natura. La sua presenza racconta la salute del mare, la sua assenza ne denuncia le ferite. Incontrarla, viva o in difficoltà, significa trovarsi davanti a un frammento di storia naturale che resiste, nonostante tutto, da milioni di anni.
Il nome Caretta caretta ha un’origine interessante, a metà tra osservazione naturalistica e tradizione linguistica.
Il termine Caretta deriva molto probabilmente dal francese antico caouette o caret, parole usate dai marinai per indicare una tartaruga dal capo grande e robusto.
Quando Carlo Linneo classificò scientificamente la specie nel 1758, adottò il nome Caretta come genere.
La ripetizione Caretta caretta (genere e specie identici) segue una convenzione della zoologia detta tautonomia, utilizzata per indicare la specie “tipica” o più rappresentativa di quel genere.
Non è un nome poetico nel senso romantico, ma è profondamente descrittivo: richiama la solidità, l’antichità e la funzione ecologica di un animale che ha attraversato le ere geologiche senza cambiare quasi nulla.
Un nome che, come la tartaruga stessa, resiste al tempo.
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