PAPERINO PARLA COME NOI: QUANDO IL FUMETTO RISCOPRE LA FORZA DEI DIALETTI!

Topolino riscopre i dialetti italiani e li porta in edicola come patrimonio vivo

■Antonio Loiacono

C’è un momento preciso in cui ci si accorge che una lingua non è solo un mezzo, ma un luogo. Accade quando, sfogliando un settimanale che fa parte dell’infanzia collettiva di questo Paese, ci si imbatte in Paperino che parla come parlava tuo nonno. Non per scherzo. Non per folklore. Ma con una serietà leggera, che è poi la forma più alta di rispetto.

Succede nel numero 3660 di Topolino, in edicola in questi giorni, che per la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, celebrata il 17 gennaio, sceglie di fare una cosa semplice e insieme complicata: lasciare che i suoi personaggi parlino davvero le lingue dei luoghi. Non una, ma quattro. E tra queste, il catanzarese.

La storia è “Paperino lucidatore a domicilio”, scritta da Vito Stabile e disegnata da Francesco D’Ippolito. Una vicenda apparentemente ordinaria, di quelle che scorrono veloci tra una gag e l’altra. Eppure, nella versione calabrese, accade qualcosa di diverso. Le battute cambiano peso. Le inflessioni aprono crepe di memoria. Paperino e Zio Paperone, improvvisamente, non sembrano più solo personaggi: sembrano voci.

Non è la prima volta che Topolino prova a parlare in dialetto. I precedenti numeri “speciali” — dal catanese al milanese, dal romanesco al veneziano — avevano già mostrato quanto forte potesse essere la risposta dei lettori. Ma questa nuova tornata ha qualcosa di più consapevole. Meno sperimentale, forse. Più netta nelle intenzioni.

Perché qui non si tratta di ammiccare alle tradizioni. Si tratta di riconoscere che i dialetti non sono una versione minore dell’italiano, ma archivi viventi: portano dentro storie di lavoro, migrazioni, famiglie spezzate e ricomposte. Portano dentro il ritmo dei paesi, l’ironia ruvida, la precisione emotiva che spesso la lingua standard smussa.

Non a caso, per la traduzione in catanzarese, Panini Comics ha scelto una strada rigorosa. Niente improvvisazioni. Il lavoro è stato coordinato da Riccardo Regis, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Torino, con il coinvolgimento di un team di linguisti tra cui il catanzarese Michele Cosentino. Un dettaglio che conta. Perché tradurre non significa sostituire parole, ma ricostruire equilibri: suoni, tempi, intenzioni.

Il risultato non è un dialetto “addolcito” per bambini, ma una lingua che si prende sul serio. E proprio per questo funziona anche per i più giovani. Lo ha spiegato senza enfasi Alex Bertani, direttore editoriale di Topolino, ricordando come l’“Operazione dialetti” sia nata quasi con timidezza, e sia poi stata travolta dalle richieste, dalle ristampe necessarie, dall’attenzione inaspettata. Un successo che dice qualcosa, soprattutto, del bisogno di riconoscersi.

C’è un altro elemento, meno evidente ma decisivo. Le copie in dialetto non circolano ovunque: arrivano solo nelle edicole delle regioni di riferimento linguistico. È una scelta che potrebbe sembrare limitante, ma che in realtà rafforza il senso dell’operazione. Non globalizzare tutto. Non appiattire. Lasciare che le lingue abitino i loro territori. Eppure, per chi cerca, tutte le versioni restano disponibili in fumetteria e online, come a dire che le radici non sono recinti, ma punti di partenza.

In un’epoca in cui il dialetto viene spesso evocato come residuo o caricatura, vedere un prodotto della cultura pop trattarlo con questa cura ha un peso che va oltre il fumetto. Perché i bambini che leggeranno Paperino in catanzarese non staranno facendo un esercizio nostalgico. Staranno apprendendo, senza saperlo, che la lingua di casa ha dignità pubblica. Che può stare sulla copertina di una rivista nazionale. Che non deve chiedere permesso.

Forse è proprio qui il senso più interessante di questa iniziativa: non salvare i dialetti — non ne hanno bisogno — ma rimetterli in circolo, restituirli a chi li parla e a chi li ascolta senza più riconoscerli. Farli tornare vivi, non museali.

Paperino, in fondo, non è mai stato un eroe. È nervoso, inciampa, sbaglia. Eppure resiste. Forse è anche per questo che, quando parla in dialetto, sembra dire qualcosa di più vero. Come se quella lingua, così precisa e imperfetta, gli calzasse meglio.

E allora la domanda non è se iniziative come questa funzionino. I numeri dicono di sì. La domanda è un’altra, più scomoda e più interessante: quante altre storie, quante altre voci, siamo disposti ad ascoltare, se smettiamo di considerarle marginali?

La striscia in dialetto catanzarese!

 

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