■Antonio Loiacono
Per tre giorni la cultura ha abitato piazze, sale storiche e luoghi simbolici della Calabria. Lo ha fatto senza clamore, ma con la forza delle idee, delle parole e del confronto. Si è conclusa la 14ª edizione del Premio Sila ’49, che dal 5 al 7 giugno ha trasformato Cosenza e Camigliatello Silano in un laboratorio diffuso di riflessione civile, storica e letteraria.
Un’edizione che ha scelto di interrogare il presente attraverso alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: la guerra, la memoria, la democrazia, il ruolo della cultura e la responsabilità degli intellettuali di fronte alle sfide della contemporaneità.
Nato nel secondo dopoguerra come laboratorio di idee e luogo di confronto civile, il Premio Sila ha dimostrato ancora una volta di essere qualcosa di più di una semplice rassegna culturale. Nell’era delle notizie consumate in pochi secondi e delle opinioni formulate prima ancora della riflessione, i tre giorni appena conclusi hanno offerto una sorta di slow food della mente: un’occasione rara per fermarsi, ascoltare, approfondire. Tra libri, dialoghi e lectio magistralis, il tempo della cultura ha ripreso il sopravvento su quello della fretta.
L’apertura, nella cornice della Villa Vecchia a Cosenza, ha visto protagonista il filosofo del diritto Tommaso Greco con il volume Critica della ragione bellica. Un dialogo intenso, arricchito dagli interventi dello storico Piero Bevilacqua e del politologo Francesco Raniolo, che ha offerto al pubblico una riflessione profonda sulle radici culturali dei conflitti e sulla necessità di costruire nuovi linguaggi della pace.
Il giorno successivo il Premio si è spostato a Camigliatello Silano, dove la Fondazione Premio Sila ha ospitato una giornata dedicata alla storia europea e alle sue eredità. Al centro dell’incontro la figura e il lavoro della storica Marta Petrusewicz, ricordata attraverso il contributo di studiosi provenienti da diverse università italiane ed europee. Un confronto che ha restituito il profilo di una intellettuale capace di leggere il passato come strumento indispensabile per comprendere il presente.
Particolarmente partecipato anche l’incontro con Tomaso Montanari, che ha presentato La continuità del male dialogando con Enzo Paolini. Un appuntamento che ha affrontato il delicato rapporto tra memoria storica, coscienza civile e qualità della democrazia, stimolando un dibattito attento e coinvolto.
La giornata conclusiva ha riportato il Premio a Cosenza, negli spazi di Palazzo Arnone. Qui Paolo Fresu ha tenuto la lectio magistralis Le radici e le ali, offrendo al pubblico una riflessione intensa sul valore dell’arte, sull’identità e sulla capacità della cultura di generare libertà e visione. Un intervento accolto con grande attenzione e che ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’intera manifestazione.
In serata la tradizionale cerimonia finale, condotta dalla giornalista Ritanna Armeni, ha assegnato i riconoscimenti dell’edizione 2026. Il Premio per la Letteratura è stato conferito a Matteo Nucci, mentre Tommaso Greco ha ricevuto il Premio Saggistica intitolato a Marta Petrusewicz. A Paolo Fresu è stato attribuito il Premio alla Carriera, riconoscimento che celebra il suo straordinario percorso artistico e umano.
Tommaso Greco ha incarnato il profilo dell’intellettuale capace di tenere insieme sapere specialistico e impegno civile. Filosofo del diritto di riconosciuto prestigio internazionale, autore di opere che hanno arricchito il dibattito contemporaneo sui temi della giustizia, della pace e della responsabilità, Greco rappresenta una delle espressioni più alte della tradizione culturale calabrese. Il suo percorso accademico e scientifico testimonia come una terra spesso raccontata attraverso le sue difficoltà continui invece a generare pensiero, ricerca e conoscenza. La sua presenza al Premio Sila non è stata soltanto quella di un autore premiato, ma il riconoscimento di un contributo intellettuale che oggi dialoga con l’Europa e con il mondo, portando con sé le radici profonde della Calabria.
Quando si sono concluse le ultime conversazioni e gli ospiti hanno lasciato le sale che li avevano accolti, è rimasta una sensazione difficile da tradurre in numeri o statistiche. Forse perché la cultura, come la memoria, vive soprattutto negli spazi che separano una parola dall’altra, un libro da chi lo legge, una domanda da una risposta che non arriva mai del tutto. Shakespeare scriveva che «siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni». Una definizione che conserva ancora oggi una sorprendente attualità: creature fragili, sospese tra desiderio e realtà, destinate a lasciare dietro di sé soltanto l’eco del proprio passaggio. Eppure è proprio in quell’eco che la cultura continua a trovare la sua ragione più profonda, trasformando ciò che è effimero in memoria condivisa.
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