OTTO MARZO 2021

La cosa più triste dell’otto marzo, la giornata della lotta alla violenza sulle donne e per il riconoscimento dei loro diritti, è che questa giornata debba esistere, così come è triste che debbano esistere la giornata del rifugiato, la giornata dell’infanzia abbandonata e ogni altro tipo di giornata che faccia riferimento a soprusi, violenze e ingiustizie.

Sarebbe bello, per quanto utopico sia questo sogno, poter salutare il giorno in cui non saranno più necessarie “giornate” come questa: il giorno in cui per una donna indossare scarpe rosse significherà semplicemente aver scelto un colore che le piace; il giorno in cui non si dovrà più usare il triste termine “femminicidio” perché gli uomini – quegli uomini – avranno imparato che le donne non sono “qualcosa” ma sono “qualcuno”; e che se una donna non vuole più stare con loro ha il diritto di andarsene e di starsene da sola o con qualcun altro perché ne ha abbastanza di essere considerata alla stregua di un bene mobile.

Sarebbe bello anche poter salutare il giorno in cui non ci si accapiglierà più per decidere se un termine (direttore, professore, ministro, sindaco, maestro, assessore, operatore) sia immutabile nei secoli o possa essere declinato anche al femminile; ed è buffo che fra i difensori più coriacei dell’immutabilità della forma maschile, nel nome della difesa della lingua, ci siano tanti che poi usano parole oscene come “briffare”, “linkare”, “location” o “piuttosto che” in funzione disgiuntiva: l’elasticità della lingua a costoro sta bene solo se non intacca i loro consolidati pregiudizi.

Sarebbe bello salutare il giorno in cui certi uomini la pianteranno di considerare come segno di una qualche volontà divina o come un naturale diritto alla sopraffazione la loro maggiore prestanza fisica rispetto a quella delle donne. Ci sono tante cose “naturali” che ci guardiamo bene dal perpetuare e facciamo bene, perché noi non siamo una specie “naturale” ma una specie “culturale”: e se è “naturale” che prevalga la legge del più forte, è invece “culturale” che il più forte ceda al diritto del più debole.

Sarebbe bello se non si dovesse più assistere alla stucchevole gara su chi sia superiore fra i maschi e le femmine e si stabilisse una volta per tutte che il maschile e il femminile non debbono – non dovrebbero – essere visti come termini in conflitto ma come elementi complementari di quella cosa che, quando è nobile, è la più nobile delle cose: l’umanità.

Lo ammetto, è un sogno utopico. Ma sarebbe bello veder sorgere il giorno in cui uomini e donne cammineranno fianco a fianco, felicemente diversi, senza competere per un primato che non ha alcun senso inseguire.

Nell’attesa che venga quel giorno, buon otto marzo, a tutte le donne e anche a tutti gli uomini che, come me, sognano, e fanno quello che possono, affinché quel giorno finalmente arrivi.

Giuseppe Riccardo Festa

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