OH, CAPTAIN, MY CAPTAIN! Un ricordo di Robin Williams

Il mio amico Michelfranco mi disse: «Vieni, ti porto a vedere un film straordinario». Io nicchiavo un po’’, perché il cinema non è la più grande fra le mie passioni. «Che roba è?» gli chiesi. «Fidati» insistette lui: «Io ‘l’ho già visto, ma voglio rivederlo con te».

Mi lasciai convincere. Come è la regola nei cinema che si affacciano sugli Champs Elysées, il film era in versione originale, con i sottotitoli in francese.

Il professor Keating arrivava in quel college, da qualche parte nel New England (che fosse il New England si capiva dalla pronuncia elegante dei personaggi, a dispetto dell’’accento americano) e sconvolgeva la mente ed il cuore dei ragazzi ai quali insegnava letteratura. Ma non insegnava “solo” letteratura: insegnava, piuttosto, a scoprire, attraverso la letteratura, quanto è bella la vita e, della vita, l’’espressione più alta: la poesia. Una poesia che non era, secondo il professor Keating, un semplice infilare rime o andare spesso a capo: era una potente lampada grazie alla quale vedere, e ammirare, le sfumature più intense delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni: soprattutto, a cogliere ogni attimo e viverlo tutto, intensamente: a imparare il senso più profondo del “Carpe diem”, la filosofia di vita che Orazio ha saputo condensare in due sole parole.

Era fuori posto, il professor Keating, in quel mondo, che poi è il nostro mondo: il mondo dell’’economia, dei bilanci, dei redditi, degli investimenti e dei profitti. La sua avventura, in quel college del New England, non durava nemmeno un intero anno scolastico. Il mondo reale schiacciava il suo allievo più ricco di talento ed espelleva lui; ma prima di uscire per sempre dalla vita degli altri studenti, riceveva da loro a mo’’ di saluto, attraverso il grido di Walt Whitman al Presidente assassinato, “Oh, Captain, my Captain!”, un messaggio che era il regalo più bello che potesse ricevere: loro avevano capito.

Michelfranco ed io uscimmo dal cinema, alla fine del film, e a lungo, ancora presi dall’’emozione, camminammo sugli Champs Elysées in silenzio, assorti ciascuno nei suoi pensieri.

Il professor Keating era Robin Williams in quella che per molti è stata l’’interpretazione più bella, commovente e intensa di tutta la sua carriera cinematografica.

Il mondo reale, quello dell’’economia, dei bilanci, dei redditi, degli investimenti e dei profitti, alla fine ha sopraffatto anche lui. Robin Williams era a disagio, in questo mondo. A dispetto del successo era vittima della depressione e nella ricerca di una serenità che non riusciva a trovare s’’era dato ad alcol e droghe.

S’è arreso, Robin Williams, e se n’è andato. Il mondo reale l’’ha assassinato.

A chi l’’ha ammirato e ha riso, ed ha pianto, e s’’è emozionato per la verità che sapeva mettere nelle sue interpretazioni, scende tanta malinconia nel cuore.

E sulle labbra, immaginandolo nei panni del professor Keating che esce dall’’aula, alla fine de “L’’attimo fuggente”, sale, per dirgli addio, lo stesso saluto che gli hanno rivolto i suoi studenti: “Oh, Captain, my Captain!”

Giuseppe Riccardo Festa

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