Molti giovani si sono sentono un’entità a parte nella generalità della società locale.

Le perplessità e lo sconforto radicato in un gruppo di giovani diciottenni cariatesi mi ha toccato particolarmente. Ho trascorso con loro alcune ore a chiacchierare, complice mio nipote loro coetaneo e amico da tempo. Dei ragazzi molto in gamba e ben strutturati sul piano della dialettica e del sapersi relazionare. Senza timori e pronti a dibattere delle loro ragioni. Non avrei voluto soffermarmi sulla loro rabbia interiore, ma é inevitabile. Tante le domande che si sono posti, durante il colloquio nato spontaneamente, e che non trovavano risposte da troppo tempo. Perché Cariati in questi anni, rispetto ai Comuni viciniori, non é riuscita ad emergere, sviluppandosi nel solco del minimo sindacale? Perché la condizione dei giovani sembra non interessare nessuno? Perché non pensare al loro futuro di cittadini? Al contrario, sono tanti i passi indietro che la realtà, inspiegabilmente, ha fatto. Un vuoto incolmabile. I ragazzi non si sono sentiti accolti e seguiti nel loro percorso di crescita e di formazione adolescenziale. Hanno denunciato una comunità respingente. In sostanza, se non fosse stato per la scuola, tanti i complimenti nei confronti del corpo docente degli istituti superiori locali, non avrebbero avuto alcun punto di riferimento. Un deserto sociale che le famiglie non riescono a compensare. I rischi sono tanti e il conto del danno sociale può raggiungere davvero un monte enorme. In fondo, i giovani si sono sentiti un entità a parte nella generalità della società locale. Come se non facessero parte della stessa. Come se fossero un corpo estraneo. Non si può continuare a pensare che tanto il destino dei giovani é già segnato. Cioè emigrare. Il futuro dei giovani, ciò nonostante, deve provare a costruirsi in loco, altrimenti significa che a nessuno interessa il futuro di Cariati. Vorrei tanto sbagliarmi e essere smentito. Nicola Campoli

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