MIGRANTI SBARCATI A CARIATI: L’ingegnere che sogna una vita dignitosa ci racconta del viaggio sospeso tra cielo e mare.

Non è stato ancora identificato lo scafista che l’altro ieri sera ha condotto il barcone di “carne umana” nel porto di Cariati: 75 persone, tutti giovanissimi, tra cui una quindicina di minorenni, soccorsi dalle unità navali della Guardia Costiera e della Finanza. Le indagini ora sono orientate alla individuazione di eventuali basisti del bestiale commercio. I clandestini, ricoverati momentaneamente nei locali della Lega Navale cariatese, non presentano seri problemi di salute: tranne qualche caso di ipotermia o di disidratazione stanno bene. Sono pochissimi quelli che hanno avuto bisogno di ricovero presso le strutture ospedaliere del territorio. I migranti sono in gran parte di nazionalità palestinese ma ci sono anche cittadini pakistani, curdi, siriani ed egiziani. Intanto è scattata una grande gara di solidarietà, coordinata dal solito sacerdote Don Mosé Cariati il quale ha messo in moto la macchina della fratellanza provvedendo a procurare indumenti e cibo ai fratelli sfortunati dopo l’immane e perigliosa traversata. Non da meno è stata la provvidenziale opera degli operatori sanitari dell’ex ospedale di Cariati: mobilitati tutti, anche volontariamente, a prestare i primi soccorsi. Ieri mattina, all’alba, abbiamo avuto l’opportunità di parlare coi ragazzi migranti. Erano già tutti svegli, curati, e quasi coccolati, ma guardati a vista dalle forze dell’ordine. Affacciati alle finestre della Lega Navale ci fanno cenni di saluto; qualcuno riesce ad esprimersi a malapena in inglese, fino a quanto c’imbattiamo in un ragazzo siriano di Tadmur, 25 anni, col quale riusciamo, sempre in inglese, ad intenderci alla perfezione. Si chiama Jamil, ed è un ingegnere elettronico. Gli chiediamo perché sia “fuggito” dal suo Paese. Risponde che “oltre alla sanguinosa guerriglia che non accenna a terminare, sono letteralmente scappato per amore di libertà. Laggiù la libertà è un sogno”. E per la “libertà” pensa di stabilirsi a Roma: “Amo l’Italia e tutto il continente europeo. Se vali qualcosa puoi costruirti un futuro”. Ma nel futuro dell’ingegnere, probabilmente, ci sarà un rimpatrio forzato per l’assurdo assioma che non si è cittadini del mondo senza quattrini. Ed a proposito di quattrini, Jamil ci dice di aver sborsato l’astronomica cifra di 6 mila Euro per questo “passaggio” nel Mediterraneo durato 5 giorni di pene e di sofferenze. Seimila Euro che hanno gonfiato le tasche degli spietati commercianti di anime, probabilmente coordinati da una regia che sicuramente può contare su un vasta rete di delinquenti anche dalle nostre parti, perché qui la disperazione sta alimentando la fame, e la fame annebbia la mente ed il cuore anche dei “bravi” calabresi. Ci sono dei bambini che però non riusciamo a vedere. Jamil ne ha contato 15: “Sono piccoli – dice – e rappresentano la speranza di un mondo diverso e più giusto. Piccoli costretti a fuggire la miseria; piccoli obbligati a fare i conti con l’ipocrisia del mondo”. L’ingegnere che sogna una vita dignitosa ci racconta del viaggio sospeso tra cielo e mare. Non ci dice dove si sono imbarcati, ma ci descrive il trasbordo da una grande nave su una vecchia e sgangherata carretta, quella con cui sono approdati nella “civiltà”: “Ad un certo punto, 48 ore fa, ci hanno messo su un barcone in legno. Ci hanno detto che da lì a poco saremmo stati in acque italiane”. Il viaggio finisce a Cariati, Italia, ai limiti dell’incubo.

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