MAURO SANTORO: il 5 e 6 settembre i piccoli comuni calabresi sottopongano all’assemblea un condiviso documento.

Terravecchia 25 agosto 2014 Il prossimo 5 e 6 settembre 2014 si terrà a Calopezzati (CS) la XV assemblea nazionale della “A.N.P.C.I.” – Associazione Nazionale Piccoli Comuni – e proseguirà il seguente 7 settembre ad Altilia (CS). In quella sede si discuterà su: “SINDACI E NON BURATTINI” e “NO AL PENSIERO UNICO, SI’ ALL’AUTONOMIA CONSAPEVOLE”. E’ opportuno, per l’occasione, che i piccoli comuni calabresi sottopongano all’assemblea un condiviso documento per dar voce al profondo disagio in cui il governo nazionale sta facendo sprofondare le autonomie locali minori: perché costituiti da una popolazione inferiore a 3000 abitanti. Una base di discussione può essere rappresentato dal seguente documento: “Nella nostra nazione i “Comuni” e nel meridione le “Università” sono esistiti, come entità istituzionale autonoma e rappresentativa delle popolazioni locali, molto prima che l’Italia diventasse uno Stato: già nel 1176 la lega dei Comuni unitariamente si oppose all’invasore Federico Barbarossa. I Comuni, che assunsero questa unitaria denominazione sull’intero territorio nazionale a seguito della riforma napoleonica del 1810, soprattutto quelli piccoli, hanno fatto l’Italia perché erano le uniche istituzioni esistenti che, con sindaci e decurioni, rappresentavano le popolazioni. Ancora oggi continuano ad essere il tessuto sociale più ramificato a servizio dei bisogni e dei problemi dei cittadini; essi costituiscono con la ricchezza delle tradizioni, delle culture e delle caratteristiche orografiche e monumentali, nonchè la trama profonda dello Stato unitario. L’insensata e superficiale legiferazione degli ultimi anni ha prodotto la folle convinzione che, per un non meglio specificato e non dimostrato contenimento della spesa pubblica, i piccoli enti devono essere cancellati per far nascere unioni di comuni che obbligatoriamente (sic!) devono fondersi. E la Costituzione, la storia, il diritto all’autodeterminazione dei cittadini in che considerazione saranno tenuti dall’autorità che, eventualmente, dovrà imporre la cancellazione dei Comuni? Gli amministratori in carica e i cittadini assisteranno e subiranno passivamente? Tutto ciò è un disegno folle perché questo significherà la disgregazione dell’Italia, mettendo a rischio e condannando all’isolamento sociale intere aree geografiche; probabilmente saranno creati dei ghetti urbani in cui solo gli anziani e gli indifesi continueranno a vivere lentamente privati dei servizi essenziali, necessari per una dignitosa sopravvivenza sociale nel luogo dove liberamente hanno deciso di risiedere. Non c’è dubbio che per un futuro di progresso per l’Italia, bisogna legiferare tenendo conto di quello che istituzionalmente i Comuni hanno rappresentato e delle funzioni sociali che possono continuare a svolgere per le popolazioni locali. E’ necessario il rispetto delle autonomie, delle funzioni che la Costituzione assegna ai Comuni e delle peculiarità locali; è seriamente necessario distinguere fra grandi e piccoli comuni, soprattutto perché questi ultimi rappresentano oltre il 70% delle autonomie locali della nazione. I piccoli enti hanno il diritto di partecipare fattivamente all’attività di riordino della struttura pubblica e alla ridistribuzione delle competenze. Oltre ai costi standard dei servizi a cui far riferimento per i rimborsi statali, è necessario determinare le funzioni istituzionali che sono assegnati ai Comuni e i conseguenti e realistici contributi da erogare per lo svolgimento di quelle attività. Perché il sindaco di un piccolo comune deve essere il responsabile della protezione civile e garantire la pubblica e privata incolumità se non gli viene dato neppure un centesimo di euro? Perché deve essere la massima autorità sanitaria sul territorio se non ha fondi e voce in capitolo sulle scelte che in ambito di tutela della salute sono fatti da altri soggetti (regioni, ASP, ministero ecc.)? Che senso ha spendere milioni di euro d’investimenti per contrastare lo spopolamento e contemporaneamente portare avanti una politica di chiusura tout court dei piccoli comuni? Certo i tempi cambiano. Bisogna certamente ridisegnare nuove e più stringenti competenze ed evitare l’attuale confusione normativa dello scarica barile delle responsabilità. Ciò si potrà realizzare precipuamente se si continuerà ad investire nei piccoli comuni come istituzioni autonomi, rappresentanti degli interessi locali dei cittadini. Bisogna definire nuovi rapporti fra Stato, Regioni, Comuni e Piccoli Comuni, garantendo la sopravvivenza di questi ultimi e tenendo in conto del ruolo che da sempre hanno svolto e continuano a svolgere di presidio del territorio, di difesa e salvaguardia di intere aree urbane e geografiche che, soprattutto nel meridione e in Calabria in particolare, sono da sempre martoriate dall’emigrazione e dall’abbandono del patrimonio edilizio e rurale. Nel 21° sec. i problemi ambientali dei centri più grandi incidono sulla qualità della vita delle persone, influenzandone la salute, le condizioni pratiche della vita quotidiana (igiene, rapidità e comodità degli spostamenti), la tranquillità psicologica. Questo legame oggettivo tra qualità dell’ambiente e qualità della vita è sempre più stretto e diretto, in quanto vivere in un ambiente sano rientra tra i criteri in base ai quali gli esseri umani misurano la nozione di benessere. Aria pulita, ecosistema non inquinato, buona alimentazione, possibilità di un miglior controllo sociale e quindi di maggior sicurezza: sono prerogative dei Piccoli Comuni: merce rara che in futuro sarà ancora più difficile reperire se saranno obbligatoriamente accorpati e ne sarà cancellata l’autonomia. Allora, perchè non investire nei Piccoli Comuni e programmare con le piccole istituzioni comunali che, oltre a presidiare il territorio, costituiscono un reale baluardo per la tenuta e il miglioramento della qualità della vita e contribuiscono a mantenere un ecosistema compatibile nel rispetto della natura? Investire, per lo Stato e il Governo centrale, deve significare garantire, su tutto il territorio nazionale, Servizi Primari efficienti: energia elettrica, acqua potabile, scuole, servizi postali, telecomunicazioni, trasporti pubblici, assistenza sanitaria, sicurezza, viabilità; se non la disponibilità di voli almeno una rete stradale e ferroviaria moderna ed efficiente. Vogliamo uno Stato e un Governo che, in modo puntuale ed efficace, intervenga con poteri sostitutivi se gli enti preposti sono inadempienti, tutto ciò per garantire i cittadini che hanno uguali diritti costituzionalmente garantiti e non possono subire danni irreparabili da amministratori incapaci. E’ opportuno che tutte le leggi riferite ai Comuni tengano conto che la maggioranza delle autonomie è costituita da piccoli enti e, perciò, spesso accade che le norme che riguardano la riduzione della spesa pubblica risultano inapplicabili per i Piccoli Comuni, in quanto si ha a che fare con somme irrisorie. Turnover, blocco delle assunzioni, patto di stabilità spesso producono più danni che risparmi reali e concreti. I Comuni sono sfiancati e svuotati nelle finanze dai continui e cospicui tagli lineari dei trasferimenti erariali che, spesso, scaricano sulle popolazioni le mancate riduzioni dei costi della politica nazionale. E se quanto detto sin qui è valido per tutti i Piccoli Comuni, lo è ancora di più per i Piccoli Comuni della Calabria. Considerata la drammatica situazione economica e il perenne sottosviluppo, lo strapotere della ‘ndragheta e il diffuso malaffare. I Piccoli Comuni restano l’ultimo baluardo della Democrazia, l’unica possibilità che le popolazioni locali hanno per continuare ad avere diritto di cittadinanza, soprattutto, in questa Regione in cui lo Stato è assente e con un Governo centrale che determina unilateralmente anche il taglio di taluni servizi essenziali.” IL SINDACO Mauro Santoro

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