L’INSEGNANTE, LA VALIGIA E IL PREGIUDIZIO

Il vero problema, inutile dirlo, è lo stipendio. Se lo stipendio di un insegnante italiano fosse anche lontanamente paragonabile a quello di uno tedesco, o francese, o inglese, probabilmente la prospettiva di spostarsi per insegnare, foss’’anche da Trapani a Udine, non spaventerebbe nessuno.

La realtà, invece, vede gli insegnanti italiani in fondo alla classifica degli stipendi, in Europa. Forse sono pagati di meno in Grecia, poveretti, ma non credo che siano molti altri i Paesi in cui i professori sono pagati peggio che da noi.

Dunque, l’’insegnante italiano già precario si sente dire dal ministro dell’’Istruzione e dal presidente del Consiglio: «Sii felice! Non sei più precario. Ti assumo a tempo indeterminato (fa pure statistica i fini del Jobs Act). Però devi essere pronto a fare le valigie».

Forse, più che “pronto”, dovrebbero dire “pronta”: la maggior parte dei nostri insegnanti sono donne. Con tutto ciò che ne consegue in termini di impegno post lavorativo, dato che ancora nel Bel Paese certe attività sono ritenute di stretta competenza femminile: sistemare dentro casa, fare la spesa, cucinare. Altre attività, per forza della Natura, non possono che essere di stretta competenza femminile: fare figli e allattarli.

Va be’’, lamentarsi è lo sport nazionale. Va be’’, gli spostamenti non sono poi così numerosi -– almeno quelli importanti -– quanto i giornali vogliono far credere; ma è pure vero che il problema, per tante e tanti insegnanti, comunque esiste. A maggior ragione se si pensa alla differenza che c’’è fra il costo della vita – metti – a Cariati, provincia di Cosenza, e a Verona, o Torino, o Aosta, o anche a Macerata.

In questa sua guerra più o meno dichiarata contro gli insegnanti il governo ha dalla sua molta parte dell’’opinione pubblica che nei confronti degli insegnanti –- tutti gli insegnanti –- nutre il frusto e annoso pregiudizio: «Ma che vanno cercando? Per diciotto ore di lavoro al giorno!»

È appunto un pregiudizio, iniquo quanto altri mai. Gli insegnanti, per ogni ora di cattedra, ne passano spesso tre fra aggiornamento, consigli dei docenti, scrutini, preparazione delle lezioni e correzione dei maledetti pacchi di compiti in classe o verifiche, come si chiamano adesso: dunque diciotto più diciotto per tre, che fa settantadue: settantadue ore di lavoro settimanale.

Ma anche se fossero solo sessanta sarebbero comunque tantissime, se si considera che per legge l’’orario di lavoro non può eccedere le quaranta. Più, per le insegnanti donne, sistemare dentro casa, fare la spesa, cucinare.

Parlo naturalmente degli insegnanti coscienziosi. Ma gli insegnanti coscienziosi sono incredibilmente tanti; e sono tanti a dispetto dei disagi, degli stipendi da fame e dello scarso riconoscimento sociale del loro ruolo.

Questo del riconoscimento sociale del loro ruolo non è un aspetto marginale. Non dimentichiamoci che la crescita e la maturazione dei nostri figli come persone consapevoli, dinamiche, colte, dalla mente aperta e flessibile – insomma: come cittadini liberi e soprattutto come individui pensanti – poggiano su due soli pilastri: la famiglia e la scuola. Gli insegnanti sono gli allenatori dei cervelli dei nostri ragazzi, che con loro passano spesso molto più tempo che in famiglia. Hanno dunque una responsabilità enorme, e meriterebbero di essere onorati e rispettati e non -– come spesso succede -– presi a pesci in faccia da genitori pronti a scaricare su di loro, oltre al resto, anche la responsabilità della svogliatezza o dei ritardi dei loro figli.

Eppure -– e non da oggi –- il rispetto e la stima nei confronti degli insegnanti, in Italia, sono pressoché nulli: rileggetevi “Il maestro di Vigevano”, di Mastronardi, e scoprirete che già nei primi anni ’60 dello scorso secolo gli insegnanti erano considerati poco più che dei falliti.

Se fossi un uomo politico e dipendesse da me io raddoppierei lo stipendio degli insegnanti, salvo essere spietato nell’’allontanamento dalle cattedre di quelli inefficienti. Come lo raddoppierei ai poliziotti (quelli bravi, non quelli che menano a casaccio: quelli li caccerei con infamia da tutti i corpi di polizia) e ai vigili del fuoco: insomma, a coloro che hanno in mano il nostro presente, garantendoci la sicurezza, e il nostro futuro, garantendoci la crescita intellettuale dei nostri figli.

È evidente, con l’’aria che tira, che sarei un pessimo uomo politico.

Giuseppe Riccardo Festa

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