Lettera aperta di un poliziotto a un politico.

Pregiatissimo Signor Emilio Quintieri, in merito ad un suo commento, apparso sul suo profilo Face book, esternato in seguito ad un reportage da lei scritto avente per titolo “40 ANNI IN GALERA, FINE PENA IL 12 GENNAIO. NIENTE SCONTI”, la inviterei a riconsiderare la sua affermazione in ordine allo “Stato istigatore” giacché, a modesto parere, appare una gratuita accusa denigratoria e lesiva dell’altrui dignità, umana e professionale, oltre che espressione manifestata da chi rappresenta un’importane organizzazione politica del medesimo Stato “istigatore al suicidio”. Un insulto, il suo, inaccettabile indirizzato nei confronti di chi come il sottoscritto che con immenso orgoglio, insieme ad altri 43.000, rappresenta lo Stato anche, e non solo, nelle patrie galere. Mi riferisco agli appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria, servitori di uno Stato che attende come fine preciso al reinserimento sociale ed alla rieducazione di chi ha compiuto crimini, violando le regole che uno dei poteri politici dello Stato (legislativo) ha dettato e per i quali un altro potere politico dello Stato (giudiziario) ha comminato una pena di cui noi (Polizia Penitenziaria) ne siamo garanti dell’esecuzione. Noi, servitori di quello Stato, che quotidianamente ci confrontiamo con il cittadino-detenuto, operando con credo e profondo convincimento, ponendo la legge come nostra bibbia, per affermare i principi di legalità, statuiti nella Costituzione Repubblicana e salvaguardando, sempre, comunque e ad ogni costo, il bene più nobile e prezioso a cui lo Stato e il consorzio sociale attende, la vita! . La Sua, mi consenta, “infelice” affermazione – ” Ho detto che lo Stato, in queste condizioni, li istiga al suicidio” – indice a riflessioni profonde atteso che egli stesso rappresenta il medesimo Stato. Lo stesso Stato, che lei definisce istigatore, è quello che attraverso l’elevata professionalità, senso d’umanità e sensibilità, caratteristiche queste proprie dei Poliziotti penitenziari, riesce a salvare tantissime vite ed a contenere nel 5% i tentativi di suicidio portati a compimento dai reclusi. Per essere chiari è necessario tradurre le percentuali in numeri il che significa che su 100 tentativi di suicidio solo 5 (e sono comunque tanti) , purtroppo, hanno avuto nel corso del 2014 un tragico epilogo; gli altri 95 sono stati vanificati dall’intervento provvidenziale dello Stato attraverso l’opera silente dei Poliziotti penitenziari. Ad ogni suicidio, l’animo del Poliziotto si mortifica, vive l’evento con profondo rammarico, subisce un’amara sconfitta, personale prima e di sistema poi. Non è la morte che si favorisce nel nostro ambiente di lavoro, ma la vita, i colori, l’armonia, la pacifica convivenza fra umani costretti ad interfacciarsi. Si opera per armonizzare le condotte secondo norme legislative emanate dalla politica ! Ogni sforzo, ogni singola azione, dalla più banale alla più articolata, è finalizzata ad ottenere la migliore condizione di vita possibile, sempre nel rispetto delle regole vigenti e non in quelle che vorremmo ma che, nonostante l’impegno profuso dai suoi colleghi politici, tardano ad arrivare . Non sempre si riesce ad ottenere l’obiettivo prefissato, siamo consapevoli che ci sono margini per migliorare. Il nostro impegno, il servizio che rendiamo allo Stato, è anche finalizzato a dare, mantenere e infondere speranza, ai cittadini affidati all’ Istituzione penitenziaria, valorizzando il condannato nell’ assoluto rispetto della personalità. Lo Stato, che lei qualifica istigatore, è il medesimo che il 2 dicembre u. s., proprio nel penitenziario di Rossano è stato vittima, aggredito e violentato da un ergastolano, appartenente ad una organizzazione criminale denominata “camorra”, pluriomicida il quale con inaudita violenza fisica ha oltraggiato un servitore dello stesso. Egregio Signor Quintieri, noi Poliziotti, spesso qualificati anche aguzzini da chi non conosce ed apprezza la versatilità e la peculiarità del nostro lavoro, siamo sovente vittime di un sistema che andrebbe dallo Stato e da chi lo rappresenta rivisitato alla luce di una rivalutazione anche del Corpo di Polizia Penitenziaria che quotidianamente vive la sofferenza umana. In merito dell’aggressione sono certo che anche lei, come gli altri, avrà provveduto ad inviare, a suo tempo, un messaggio di solidarietà al Poliziotto vittima della violenza che oltre ad essere un lavoratore è anche figlio, marito, padre ed infine, anche lui, cittadino. Certamente anche Lei, come la maggioranza dei politici esperti di gestione penitenziaria, ha espresso la sua personale indignazione e ferma condanna per la vile aggressione perpetrata in danno di un onesto lavoratore, di un servitore dello Stato, magari inviando un comunicato stampa agli organi dell’informazione che, purtroppo, per assenza di spazio nelle edizioni cartacee non è stato pubblicato e nemmeno in quelle on-line, per impedimento tecnico, nel quale avevate sottolineato che la Polizia penitenziaria non può essere carne da macello, non può essere lasciata da sola a gestire il micidiale disagio sociale concentrato nelle carceri. Peccato! che occasione persa non da lei ma da chi, come me, crede di godere della giusta considerazione da parte dello Stato, della società civile e dalle varie articolazioni, ivi compresa quella sua, ovvero quella politica. Il perseguimento di cambiamenti, rinnovamenti, rinascite, passa attraverso la conoscenza, la piena contezza del dettato normativo, delle circolari, dai regolamenti e di tutto ciò che disciplina l’universo penitenziario, solo così si rispetta la persona detenuta, fornendo loro dati, elementi corrispondenti al vero, senza creare pericolose illusioni, verso chi vive esclusivamente di speranze, utilizzando come unica arma la verità, bella o brutta che sia. Sono le false aspettative che uccidono! Se tutti i rappresentanti dello Stato anziché screditare (perché disdegnato) il Corpo di Polizia Penitenziaria, convogliassero la propria forza e volontà verso un obiettivo comune che porti da un lato a valorizzare e a far conoscere il delicato lavoro della Polizia Penitenziaria,che silente vive e gestisce la sofferenza umana quotidianamente e, dall’altro si diriga verso un adeguamento normativo delle disposizioni vigenti, al fine di tendere ad un miglioramento del mondo carcerario, probabilmente si realizzerebbero davvero tutti gli obiettivi auspicati e certamente il Magistrato di Sorveglianza avrebbe uno strumento in più per non lasciare una persona fra quattro mura per quarantanni. Nel confidare in un sua diversa considerazione dello Stato le consegno i miei più fervidi auguri auspicando che il suo impegno possa portare qualche risultato concreto “Res non verba”. Cordiali saluti da un fiero Poliziotto penitenziario, orgoglioso servitore dello Stato. Nicola Agazio Delegato Regionale S.A.P.Pe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria)

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