LA VERA POLITICA, UNA CONQUISTA CULTURALE OLTRE I PERSONALISMI E L’INDIFFERENZA

LA VERA POLITICA, UNA CONQUISTA CULTURALE OLTRE I PERSONALISMI E L’INDIFFERENZA di Assunta SCORPINITI Il problema centrale della democrazia è la formazione della classe dirigente, che non deve, però, essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia (…), ma aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Lo affermava nel 1950 Piero Calamandrei nel suo discorso in difesa della scuola nazionale, rilevandone la funzione insostituibile e sostenendo che ciascuno può contribuire “a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società”. Da donna che vive e ama il mondo della scuola, quanto vive ed ama la propria terra e la più grande comunità umana, non posso che abbracciare il pensiero del padre Costituente, traendone nutrimento per l’impegno e la passione civile divenuti, ormai, una costante dell’esistenza. Da osservatrice di piccoli mondi (privilegio, in tal senso, questo lembo di Calabria dove sono nata e vivo) che, nel bene e nel male, riflettono la realtà regionale e, più generale, quella del Sud Italia, sento, invece, la necessità di riportarlo a due questioni strettamente legate, quella politica e quella culturale, alla base dell’organizzazione della società e di ogni forma di cambiamento, in senso evolutivo, che muove principalmente dalla circolazione delle idee. Di conseguenza, la riflessione di questo periodo di ripresa scolastica e dell’attività politico-amministrativa, non può che toccare il senso delle istituzioni democratiche e la percezione che posso averne come persona che sente forte il dovere della cittadinanza. Dando per scontata la generale consapevolezza della funzione formativa della scuola, mi soffermo sulla questione politica, che, si sa, contempla situazioni problematiche (disoccupazione, piccola e grande criminalità, carenze infrastrutturali, immigrazione, spoliazioni o dissesti territoriali … ), interpellando ciascun cittadino, sia esso un attivista o semplice elettore, con la loro “storicità” e impellenza. E’ chiaro che chi si trova a gestire la cosa pubblica per mandato di rappresentanza, dovrebbe far sì che, dato il perdurare di tali situazioni, per lo più irrisolvibili a livello di piccole patrie, dovrebbe rendere le istituzioni dei baluardi delle leggi, dei regolamenti, dei principi di uguaglianza e democrazia, ma anche di autorevolezza, credibilità, giustizia, facendo sì che si possa arginare, e in qualche modo migliorare, lo stato di fatto. Può avvenire, certo, laddove esista un’etica della responsabilità, unita ad esperienze e cognizione di causa tali da permettere di contribuirvi “con il proprio lavoro” e con “le migliori qualità personali” e dove, quindi, la democrazia può contare su guide adeguate ed conformi al ruolo e ai compiti da affrontare. Noto, però, che tutto questo, nel tempo, è andato sempre più scemando, almeno quanto è andata aumentando la distanza tra eletti ed elettori, a discapito di una cittadinanza attiva e una partecipazione democratica più che mai necessarie nella nostra terra di Calabria. Il nodo da sciogliere è, a mio giudizio, quello della carenza di una cultura del ruolo e dei luoghi, parallela alla difficoltà di perseguire il bene comune oltre le seduzioni del potere di per sé e oltre gli individualismi, non di rado esasperati che, inevitabilmente, sfociano in un nuovo feudalesimo, o lo favoriscono, ad altri livelli. A mio avviso è uno dei motivi principali per cui, nelle nostre realtà, non si va avanti: la ricerca del potere per il potere, non il potere nel significato letterale di possibilità di permettere alla comunità di crescere. Ho più volte denunciato questo pericolo incombente; osservo, in tal senso, azioni e atteggiamenti che compromettono il significato della politica come arte del governo, organizzazione della società e della vita dei nostri paesi. Li descrivo in forma di interrogativo, per il semplice fatto che provo una civile sofferenza, di fronte a risposte che forse non so darmi, attestato che, nelle varie amministrazioni, non mancano sensibilità e intelligenze: perché ci deve essere una gestione personalistica delle istituzioni? Perché le figure che hanno autorità e ruoli da leader non intervengono per far rispettare le norme di comportamento, e, all’occorrenza, respingendo richieste di favori e compromessi? Perché si consente a chi non ne avrebbe titolo, se non di “vicinanza” ai potenti, di attingere alla cosa pubblica senza offrire opportunità a chi merita e senza il metro e il metodo dell’etica? Perché la reputazione istituzionale e il diritto dei cittadini ad essere informati devono attraversare i cicloni mediatici e non essere affidati a figure integrate nel sistema del governo locale e soprattutto realmente motivate al progresso di quella comunità? Perché si consolidano i privilegi di imprese economiche senza favorire la concorrenza? Perché non esistono forme di controllo interno alla pubblica amministrazione? Perché il cittadino è valutato in termini di consenso elettorale e non è mai coinvolto nei dibattiti con le sue istanze a la sua esperienza? Perché non si riesce a mantenere la rappresentanza acquisita con il voto, ascoltando la gente e continuando ad attingere da essa, le idee da portare avanti e indicazioni sulle cose da fare? So che non è facile rispondere a tali quesiti ma, almeno, si può provare a specchiarvisi dentro, nel tentativo di recuperare il valore istituzionale e il ruolo della politica, la cosa più bella, a mio giudizio, che l’uomo ha a disposizione per innescare processi di civiltà; ma si tratta di una conquista di tipo culturale: nel suo senso nobile ed alto deve ancora entrare a pieno titolo nel complesso delle nostre cognizioni, dei nostri comportamenti, delle nostre usanze sociali. E’, purtroppo, ancora utopia affermare, come qualcuno ha fatto, che a governare e a insegnare nelle scuole devono essere i migliori di una comunità. Faccio, per questo, mio il pensiero di un altro grande italiano, don Luigi Sturzo, nel sollecitare l’impegno di tutti, dentro e fuori le istituzioni e, quando ci tocca, esercitando la sovranità popolare attraverso il voto, ad evitare che la politica “si apprenda senza preparazione, si eserciti senza competenza, si attui con furberia”. Il suo celebre decalogo del buon politico ha da insegnare soprattutto oggi, quando, tra le altre cose, indica come metodo “l’aver cura delle piccole esigenze del singolo cittadino come se fosse in affare importante”; quando, ad esempio, esorta a rigettare fin dal primo momento di potere, “ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico”; quando, a chiare lettere, invita a “tenere lontano i parenti dalla sfera degli affari statali, a meno che non siano già nella carriera per meriti propri”; quando consiglia di “non agire da ignoranti, né da presuntuosi”, perché “quando non si sa, occorre informarsi, studiare, discutere serenamente, obiettivamente, senza mai credere di essere infallibili”. Da affrontare, oltre al pericolo di prese di potere per il potere, che compromettono la democrazia e, soprattutto, la libertà, c’è anche una sempre più diffusa disaffezione alla politica; un’indifferenza che crea governanti fuori dal controllo popolare e da quella coscienza critica del cittadino che, invece, in democrazia, costituisce la premessa della legalità. La questione, infatti, non è solo di natura etica, ma anche della legittimità delle azioni e delle scelte. In questa nostra terra oggi sfregiata, nella sua bellezza, dalle immondizie e dai dissesti dei territori, depredata o carente di servizi fondamentali, ferita dalla disoccupazione e dalla migrazione delle migliori energie, suddita dei poteri (pseudo-politici o criminali), spesso incapace di gestire le proprie risorse e di individuarne di nuove, e con tante nuove presenze da accogliere secondo le regole e soprattutto con umanità, è davvero necessaria una buona politica, che allontani ogni personalismo e ogni logica di profitto personale, in termini economici, di ricerca del potere o solo di visibilità. Una politica che sappia davvero esprimere valori comuni e un impegno vittorioso di fronte a tante sfide; che curi il particolare senza mai perdere di vista quella visione d’insieme che la rende davvero utile alla società. Di oggi e di ogni tempo. Già nel 461 a.C. Pericle lo insegnava agli Ateniesi, esortandoli “a rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso”. Peccato che la Calabria non è Atene. A.S. (Da “Altre Pagine”, Quindicinale d’approfondimento, inchiesta e cultura diretto da Fabio Buonofiglio – 3 settembre 2011)

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