La solo forza dell’adolescenza

Siamo agli inizi degli anni ottanta. Una vita fa qualcuno potrebbe dire

Nella storia che sto per raccontare inizio senza nomi e identità, ma non garantisco la promessa. 

Il posto fu una scoperta casuale. Un passaggio obbligato per chi avesse voluto tagliare due lunghissimi tornanti di una strada lunga e tortuosa. 

Nessuno mai c’era stato prima. Salvo forse lei perché distava solo pochi minuti da dove abitava.

Siamo agli inizi degli anni ottanta. Una vita fa qualcuno potrebbe dire, ma l’esercizio di fissare frammenti che vagano nella mente può avere il suo significato, imprigionato nelle quattro mura casalinghe in tempo di quarantena. 

Il panorama che si intravede dall’affaccio è di quelli che ti sconvolgono l’anima e ti rapiscono, lasciando un segno indelebile. 

Ogni contorno di quel quadro è fisso nella memoria. Un mosaico di mille colori e sfumature richiamano puntualmente singoli pezzi della storia. 

Si era giovanissimi e incoscienti. La passione è incontrollabile e irrefrenabile. Non si ha paura di niente. 

Essa è qualcosa che non ti appartiene. Non riesci ad avvertirla. È una perfetta sconosciuta. 

Non c’era attimo libero, freddo o caldo che ci fosse, che non si correva lì, diventando appunto il posto più sicuro al mondo. 

Una campana di vetro impenetrabile isolava da tutto e tutti. Come se si fosse invisibili. 

I corpi diventavano all’improvviso una sola cosa. Nondimeno l’abbraccio serrava ogni ombra. 

Le mani si facevano strada solleticando l’impareggiabile emozione, esplorando strade sconosciute. 

Tutto si adattava alla parola magica: l’amore. Quello assoluto e puro senza condizione. 

Che veniva consumato incoscientemente sino all’ultimo brivido, come se fossero in una casa: silenziosa e vuota. 

Tutto attorno piombava il silenzio. L’empatia battezzava l’intesa. L’instabilità fisica si vinceva, facendo fronte a un equilibrio circense senza misura. 

E ogni volta era un ricominciare daccapo. Mai uguale alla volta precedente, restando sordi a quello che accadeva attorno, segnando un tempo personale

L’unico linguaggio veramente conosciuto erano i lenti e avvolgenti gesti dell’amore, che rispondevano alla solo forza dell’adolescenza.

Un alfabeto fatto di sguardi e di intese che comunica direttamene al cuore. Lo stesso delle favole che ancora echeggiavano nelle menti. 

L’incorreggibile attrazione diventava così la chiave della vita e la fonte della suprema felicità, sfidando l’eventualità della paura che non era mai percepita come tale. 

Nicola Campoli

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