LA PACE COME SCELTA RADICALE: LO SGUARDO DI TOMMASO GRECO

Dal messaggio di Papa Leone XIV alla voce del filosofo calabrese di Caloveto: credere nella pace per renderla possibile

Conferenza Stampa sul messaggio di pace di Papa Leone

■Antonio Loiacono

C’è un momento, nelle conferenze davvero importanti, in cui la sala smette di essere un luogo istituzionale e diventa uno spazio umano. Succede quando le parole non cercano consenso, ma verità. Questa mattina, alla presentazione del Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace, in Vaticano, quel momento ha avuto la voce calma e rigorosa di Tommaso Greco, filosofo del diritto, calabrese di Caloveto, uomo abituato più alla profondità che alla ribalta.

Greco non ha parlato contro la guerra. Ha fatto qualcosa di più complesso: ha parlato a partire dalla pace. Non come utopia astratta, ma come realtà concreta, già presente, fragile eppure operante, che chiede di essere custodita prima ancora che proclamata. “La pace non è una parentesi tra due conflitti”, ha spiegato, “è una precondizione del vivere insieme”. Un’affermazione che ribalta il realismo armato su cui si è retta a lungo la politica internazionale.

Attorno a questo asse si sono mossi gli altri interventi, come traiettorie diverse convergenti verso lo stesso centro.

Il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha chiamato per nome l’ostacolo principale: la paura. È la paura, ha ricordato, a nutrire la spirale del riarmo e a rendere accettabile l’idea che la sicurezza passi per la forza. Il Papa parla di “disarmo del cuore” prima ancora che delle mani; Czerny ne ha tratto una conclusione netta: nessuna pace può nascere da equilibri fondati sul terrore.

Poi la voce di don Pero Miličević, che non ha portato teorie ma esperienza incarnata. La Bosnia degli anni Novanta, il padre ucciso, la prigionia, la rabbia che avrebbe potuto trasformarsi in vendetta. E invece no. “La bontà è disarmante”, ha detto, con quella sobrietà che appartiene solo a chi ha attraversato l’orrore senza lasciarsene definire. Nel suo racconto, la pace non è un concetto, ma una scelta quotidiana: faticosa, silenziosa, ostinata.

A completare il quadro, Maria Agnese Moro, che della violenza politica italiana porta un cognome e una storia impossibili da alleggerire. Il suo intervento ha spostato lo sguardo sul terreno più arduo: quello interiore. Non basta il silenzio delle armi, ha spiegato. Occorre disinnescare i meccanismi che trasformano l’altro in un nemico disumanizzato. È qui che nasce la giustizia riparativa evocata dal Papa: nel riconoscere che prima di colpire un corpo si colpisce un’idea di umanità.

È però nel pensiero di Greco che tutte queste voci trovano una grammatica comune. Quando invita a sostituire il vecchio si vis pacem, para bellum con il più radicale si vis pacem, para pacem, non propone ingenuità, ma responsabilità. Scegliere la pace, chiarisce, non significa ignorare il male, bensì rifiutare che esso diventi l’unico criterio di ciò che appare “realistico”.

Il messaggio del Pontefice – “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” – trova nelle sue parole una traduzione rigorosa e profondamente umana. “Bisogna credere nella realtà della pace”, afferma Greco, ribaltando una delle convinzioni più radicate del nostro tempo: l’idea che solo la forza sia credibile, mentre tutto il resto venga archiviato come illusione.

La “pace disarmata e disarmante” non è una resa né una fuga dalla storia. È un cambio di prospettiva che rifiuta la logica delle armi e spezza il circuito della diffidenza reciproca. Non un orizzonte irraggiungibile, ma un patrimonio già esistente, vulnerabile e concreto, che chiede cura.

In questo sguardo c’è anche un richiamo etico esigente, soprattutto per chi esercita responsabilità pubbliche. Convertirsi al linguaggio della forza, avverte Greco, significa rischiare di tradire il cuore stesso del messaggio evangelico e, più in generale, il senso profondo della civiltà giuridica. La pace non è complicità con il male: è una pratica che domanda coraggio, coerenza e fiducia.

Ed è proprio la fiducia il punto decisivo. Nessun clima di ostilità può essere spezzato agendo secondo la logica della sfiducia. Solo la fiducia genera fiducia. Per questo, richiamando la Pacem in terris di Giovanni XXIII, Greco invita a disarmare prima gli spiriti, a dissolvere la psicosi bellica, a sostituire all’equilibrio degli armamenti la logica della reciproca responsabilità.

Nessun destino di guerra è già scritto”. In questa affermazione sobria ma netta si concentra il senso del suo intervento. La storia non è una condanna irrevocabile: sono le scelte, individuali e collettive, a renderla ciò che è. Anche le parole contano, perché possono alimentare l’ostilità o disinnescarla.

Caloveto è un piccolo paese calabrese, lontano dalle grandi capitali. Ma forse non è un caso che da lì venga un pensiero capace di ricordare all’Europa — e non solo — che la pace non è un’illusione fragile da evocare, ma una responsabilità concreta da assumere.

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