La “flat tax” mi conviene, ma non mi piace.

La ritenuta fiscale sul mio reddito, attualmente, si aggira sul 32%; e non vi nascondo, miei ventiquattro acuti lettori, che la consapevolezza di godere nella realtà di un reddito inferiore di un terzo a quello teorico mi fa a volte un po’ rabbia, perché ciò che è necessario per campare e, soprattutto, ciò che è indispensabile per vivere, ossia il superfluo, uno se lo può comperare soltanto con i soldini che per davvero, ogni mese, gli entrano nel conto corrente: il reddito teorico lascia decisamente il tempo che trova.

Dunque, dovrei considerare con simpatia e interesse le promesse elettorali della destra – i cosiddetti “moderati” – che assicurano una tassazione fissa per tutti: al 25% secondo il sempre più stirato Silvio Berlusconi e addirittura al 15% stando al suo alleato – da qui l’uso dell’aggettivo “cosiddetti” – Salvini: nella peggiore delle ipotesi, se questo schieramento dovesse andare al governo, mi ritroverei le tasse ridotte di un quinto, e nella migliore addirittura dimezzate.

Dovrei, ma non ci riesco. E mi dispiace che siano invece tanti, stando ai sondaggi, a dare ascolto al loro canto, perché se da un lato queste promesse denunciano ignoranza e scarso senso dello Stato in chi le avanza, dall’altro esse mettono in evidenza quanto sia potente, in chi ha molto, la voglia piuttosto meschina di avere di più, a scapito di chi invece ha poco.

Parlo di ignoranza perché l’Articolo 53 della Costituzione parla chiaro: Tutti, enuncia, sono tenuti  concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività. In altri termini: chi guadagna di più deve dare di più. Un concetto tanto elementare che si cominciò ad applicarlo fin dai primordi della storia: secondo lo storico Tito Livio, il primo a farlo fu nientemeno che Servio Tullio, il sesto re di Roma.

Dunque, per poter mantenere la promessa, la destra dovrebbe prima modificare la Costituzione, secondo i tempi che ben conosciamo. E parlo anche di scarso senso dello Stato, perché semplicemente, nella situazione attuale, l’Italia non può permettersi di abbassare la guardia sul fronte del controllo dei conti pubblici: una misura del genere provocherebbe un crollo verticale delle entrate statali, e potrebbe essere compensata in un modo solo: aumentando le imposte indirette, dai bolli all’IVA, così penalizzando ancora di più i poveri.

Non sorprende che ad apprezzare questa promessa siano soprattutto gli elettori del Nord, mediamente più ricchi e tendenzialmente più evasori, mentre la promessa grillina di un sostanzioso “reddito di cittadinanza” attecchisce principalmente al Sud, dove più alto è il tasso di disoccupazione. Entrambe le promesse sono basate sul nulla, per il semplice motivo che lo Stato non può permettersi di mantenerle se non, come ho già detto, drenando ricchezza da altre fonti, e chi le avanza sa benissimo che così stanno le cose.

Personalmente non mi ritengo né un eroe né un benefattore: mi limito a sforzarmi di guardare le cose con la massima possibile obiettività. E, sì, questo me lo concedo: non sempre antepongo il mio interesse personale a quello collettivo.

Sono certo che anche voi, miei ventiquattro affezionati lettori, la pensate come me. E mi piacerebbe che anche altri, tra chi ascolta e chi fa le promesse, lo facessero comportandosi un po’ più, rispettivamente, da cittadini e da statisti e un po’ meno da egoisti e da politicanti.

Spes ultima dea. È rimasta giusto lei, nel vaso di Pandora, ma è piccola e debole: il resto – disgrazie e sciagure – si è riversato fuori; e temo che, da lunedì 5 marzo in poi, avremo tutti modo di  rendercene conto, a nostre spese; e sarà troppo tardi per rimediare.

Giuseppe Riccardo Festa

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