■Antonio Loiacono
«Io c’ero.»
Sono due parole semplici. Ma, quando arrivano da chi si trovava in prima linea, assumono il peso di una testimonianza.
Sabato 25 luglio 2026 Nicola Abruzzese, Sovrintendente Capo della Polizia di Stato e componente del Direttivo provinciale del SIULP di Bologna, era in servizio al cantiere della linea ferroviaria Torino-Lione, a Chiomonte, insieme agli uomini del VII Reparto Mobile di Bologna.
Il suo turno era iniziato alle nove del mattino.
Nessuno poteva immaginare che, poche ore dopo, quella giornata si sarebbe trasformata in una delle più violente offensive contro le forze dell’ordine registrate negli ultimi anni nell’area della Val di Susa.
Secondo il suo racconto, nel pomeriggio un gruppo di persone vestite di nero, con il volto coperto, ha forzato uno degli accessi al cantiere utilizzando delle tronchesi. Da quel momento la situazione è rapidamente degenerata.
Pietre, bulloni, bombe carta, fuochi d’artificio usati come ordigni, bottiglie incendiarie.
L’assalto ha provocato anche l’incendio di due mezzi blindati dell’Arma dei Carabinieri e di un veicolo della Guardia di Finanza, trasformando l’area del cantiere in uno scenario di estrema tensione.
Ma il racconto di Abruzzese si allontana presto dalla cronaca.
«In quei momenti non pensi alla politica. Non pensi alle polemiche. Pensi ai colleghi che hai accanto. Pensi a riportarli tutti a casa sani e salvi.»
È forse questa la frase che meglio descrive ciò che accade quando il confronto lascia spazio alla violenza. Le appartenenze politiche scompaiono. Restano uomini e donne chiamati a proteggere altri uomini e altre donne.
La sua testimonianza assume un significato ancora più rilevante perché arriva da chi, nella propria esperienza personale, non ha mai negato il valore della protesta.
Abruzzese ricorda infatti di essere stato promotore e organizzatore di manifestazioni contro decisioni politiche ritenute dannose per il proprio territorio.
Una precisazione che cambia la prospettiva.
«Ho sempre creduto nel diritto di manifestare e continuo a crederci», afferma. «Ma lo abbiamo sempre fatto con rispetto, senza odio, senza violenza e senza mettere a rischio la vita di altre persone.»
È una distinzione netta.
Da una parte il dissenso, riconosciuto e garantito dall’articolo 17 della Costituzione italiana come diritto fondamentale.
Dall’altra la violenza organizzata, che travalica ogni forma di protesta democratica e diventa un problema di ordine pubblico e di sicurezza.
La riflessione del Sovrintendente non riguarda soltanto quanto accaduto in Val di Susa.
Riguarda il modo in cui, sempre più spesso, il dibattito pubblico rischia di dimenticare chi indossa un’uniforme.
«Dietro ogni uniforme c’è una persona. C’è un padre, una madre, un figlio, una figlia. C’è una famiglia che aspetta il nostro ritorno a casa.»
Parole che riportano al centro una verità spesso oscurata dalla cronaca degli scontri.
Ogni casco, ogni scudo, ogni divisa appartiene a una persona che, terminato il servizio, desidera soltanto tornare a casa.
Nel suo messaggio Abruzzese riserva anche un pensiero ai colleghi del VII Reparto Mobile di Bologna, elogiandone il coraggio, la disciplina e il senso del dovere dimostrati durante le ore più difficili.
Non è il tributo a un corpo di polizia.
È il riconoscimento del valore di una squadra chiamata a operare in condizioni di rischio estremo.
La vicenda di Chiomonte continuerà inevitabilmente ad alimentare il confronto politico sulla Torino-Lione e sulle contestazioni che da anni accompagnano la realizzazione dell’opera.
Ma la testimonianza di Nicola Abruzzese ricorda un principio che precede ogni schieramento.
La democrazia vive anche grazie al diritto di dissentire. Muore, invece, ogni volta che il dissenso sceglie di parlare il linguaggio della violenza.
Ed è forse questa la lezione più importante lasciata da chi, quel 25 luglio, non osservava gli eventi da una tribuna o da uno schermo.
Li stava vivendo, in prima linea, con un casco in testa, uno scudo tra le mani e un solo obiettivo: riportare tutti a casa!
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