IMPRESSIONI DI SANREMO, TIRIAMO LE SOMME

di Marco Toccafondi Barni


– Due unici dominatori nella 76° edizione del Festival di Sanremo: la mediocrità e la noia.

Il tutto certificato da un calo degli ascolti costante che la Rai ha tentato di celare riferendosi continuamente allo share, ignorando volutamente i telespettatori, ma che nella realtà dei numeri ha visto un calo medio di circa 3 milioni di italiani per ogni puntata, con un autentico crollo proprio nella serata finale, sia rispetto all’ ultima edizione targata Carlo Conti che almeno una presentata da Amadeus.

Insomma, una disfatta da questo punto di vista, con un esodo biblico di appassionati, che viene provato dalle richieste di sconti da parte degli inserzionisti. Già, perché no, davvero no, il Festival della canzone italiana non sembra piu’ essere “la nazionale di calcio”, quando durante le partite importanti non vola una mosca e chi osa dire che si tratta comunque di buoni numeri sa perfettamente che lo zoccolo duro sanremese, per ora, regge solo perché l’evento è trasmesso da Rai 1, se come si era ventilato fosse su Canale 5 oppure La9 vedremmo numeri Auditel ancora piu’ deludenti. E’ la piu’ scontata delle scommesse.

In ogni caso la rassegna sanremese ha da sempre una caratteristica quasi unica, quella di rappresentare il paese nel bene e nel male. Infatti non è un caso se hanno vinto noia creativa e mediocrità artistica, in quella che ormai è una provincia talmente sperduta, ignorata e isolata dal mondo vero da essere lo zimbello del pianeta intero: dimenticata, mai interpellata né coinvolta in nulla di importante e per giunta popolata da anziani in perenne lotta con giovani immigrati.

Del resto lo suggeriva anche il celeberrimo slogan, pare pensionato proprio quest’anno, non ha portato bene: “Perché Sanremo è Sanremo”.

E alla fine delle fini, infatti, ha vinto Sal Da Vinci, un onesto neomelodico. E’ talmente una vita da gregario la sua che il buon Salvatore, in realtà da New York, aveva già partecipato ad un dimenticabile Festival, finendo rapidamente nell’ oblio anche se, ad onor del vero, nel 2009 e sotto la conduzione dell’allora lanciatissimo Paolo Bonolis aveva comunque conquistato il podio come terzo classificato.

Ma non basta, questo “Oriali” newyorkese di origine e napoletano nell’animo è rimasto un semi sconosciuto per il grande pubblico e in pochi ricordano il bronzo di quasi 20 anni fa. Eppure non ha fatto la fine dei mitici Jalisse e oggi come i peperoni si ripropone trionfando con una canzone che sarà per anni la colonna sonora dei matrimoni italiani del futuro.

Eppure, se per il non piu’ giovanissimo Salvatore da New York (è del 1969, va per i 60) è comunque una vittoria importantissima, dunque bisogna solo complimentarsi umanamente con lui, queste 5 serate sanremesi, monopolizzate dalla noia, sembrano certificare un dato strutturale che forse nemmeno l’annuncio da si salvi chi puo’ con la prossima edizione affidata al nuovo idolo d’Italia, quello Stefano De Martino nato come lo sconosciuto fidanzato di una dea argentina e in grado di superare velocemente la maestra porteña, potrà scongiurare: un allontanamento strutturale dal Festival.

Al di là della noia e di una qualità veramente bassa, persino rispetto allo scorso anno, dove c’erano state alcune novità interessanti, da Lucio Corsi, che aveva letteralmente salvato la 75° edizione, fino alla “The voice” italiana Giorgia, per arrivare all’ onesto cantautore, in stile De Gregori, Brunori Sas. Un podio oggettivamente molto piu’ in alto qualitativamente se paragonato a quello di stanotte, sembra arrivata la fine del Festival per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

Secondo me, dunque, questa edizione di Sanremo certifica perlomeno un fatto rilevante, in quanto strutturale: dopo anni di trionfi e monopolizzazione del dibattito nostrano  probabilmente il Festival  tornerà ad essere ciò che era fino agli anni ’80 del secolo scorso: solo una gara musicale.  Ovvio, se ne parlava come se ne parlerà, però all’ epoca ci voleva un “Wojtylaccio” di Benigni o la bestemmia di un Mastelloni per renderlo veramente importante e in grado di attirare l’attenzione dell’ opinione pubblica.

Ecco, il sunto importante della edizione appena conclusa potrebbe essere questo: un Festival della canzone che torna alle sue origini e ciò che dovrebbe essere  e per la verità era: una gara musicale che si svolge nel nostro BELPAESE, non certo  l’evento mediatico piu’ importante dell’anno, capace di mettere  in un angolo perfino le guerre e le cose del mondo.

No, forse stavolta Sanremo non farà come l’ Araba fenice e non risorgerà tornando ai vecchi fasti. In fondo come concetto lo cantava anche un altro grande artista e napoletano Doc, Edoardo Bennato: “Sono solo canzonette”.

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