IL PRETE CHE RESTAVA: DON ROCCO SCORPINITI E LA GRAMMATICA DEGLI ULTIMI

Sessant’anni di sacerdozio sfiorati, una vita intera spesa dove il bisogno era più forte

Don Rocco Scorpiniti

■Antonio Loiacono

C’è un momento, nella vita delle comunità, in cui le campane non annunciano una festa ma custodiscono un silenzio più denso del suono. È accaduto oggi, quando la notizia della scomparsa di don Rocco Scorpiniti ha iniziato a circolare a Cariati, scendendo verso il mare e risalendo le strade interne come una preghiera sommessa. Tra pochi mesi avrebbe celebrato sessant’anni di sacerdozio. Non ci è arrivato. Forse, come si dice con pudore antico, qualcuno lassù aveva bisogno di un parroco che sapesse già come si fa.

La sua storia inizia il 19 febbraio 1941, in una Cariati agricola e concreta, figlio di Leonardo e Assunta, gente di terra e di stagioni. È lì che matura una vocazione precoce, nutrita più dall’esempio quotidiano che da parole solenni. Il seminario vescovile di Cariati diventa presto casa, luogo di studio e di ascolto, segnato dall’incontro con figure che lasciano tracce profonde, come don Alessandro Vitetti, allora educatore e oggi Servo di Dio. Poi Catanzaro, il Teologico San Pio X, gli anni della formazione più rigorosa, quando la fede si misura con il pensiero e la disciplina.

Il 24 luglio 1966, nella cattedrale di San Michele Arcangelo, don Rocco diventa sacerdote. L’ordinazione, per mano del vescovo Orazio Semeraro, non è un traguardo ma un punto di partenza. Da lì inizia un ministero che non conoscerà scorciatoie. Prima vice parroco a Santa Maria delle Grazie, poi la lunga stagione a Cristo Re, a Cariati Marina, dove resterà fino al 2007, attraversando cambiamenti sociali, nuove povertà, stagioni politiche diverse, sempre con la stessa postura: quella di chi resta.

Ma ridurre don Rocco al solo ruolo parrocchiale sarebbe ingiusto. Per anni è stato anima e guida della Caritas diocesana di Rossano-Cariati, fino a diventarne riferimento anche a livello regionale. Il suo non era un servizio amministrato dalla distanza, bensì un accompagnamento diretto, spesso faticoso, che colmava vuoti lasciati dalle istituzioni. Dove mancavano risposte, lui provava a costruirle. Dove c’era esclusione, cercava un varco.

Immigrati e profughi, nomadi e persone con disabilità, anziani soli, tossicodipendenti, famiglie schiacciate da fragilità economiche e sociali: l’elenco sarebbe lungo, ma rischierebbe di diventare freddo. Per molti di loro don Rocco non era “il parroco”, ma una presenza affidabile, qualcuno a cui bussare senza paura. In tanti, soprattutto chi arrivava da lontano, lo riconoscevano come primo punto di orientamento, una sorta di bussola morale e pratica insieme.

Prima ancora, tra il 1966 e il 1978, aveva guidato la comunità di San Morello. Anche lì aveva lasciato lo stesso segno discreto: quello di chi non alza la voce ma resta, giorno dopo giorno, fino a diventare parte del paesaggio umano.

Ora che se n’è andato, resta una traccia difficile da misurare. Non fatta di monumenti o incarichi, ma di relazioni, di fiducia seminata nel tempo, di mani tese quando nessuno guardava. Sessant’anni di sacerdozio mancati per pochi mesi non sono una cifra incompleta: sono un numero che trabocca, perché la sua misura non stava nel calendario, ma nella fedeltà quotidiana.

Forse il senso di una vita come la sua sta tutto in una verità semplice: alcune persone non fanno rumore nemmeno quando se ne vanno. Continuano ad abitare i luoghi che hanno amato, nelle abitudini delle comunità, nei gesti che hanno insegnato senza proclamarli. Don Rocco Scorpiniti appartiene a questa categoria rara. E, in fondo, è il modo più umano di restare!

 

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