GIUSTIZIA SFRATTATA: IL GRANDE SILENZIO SU ROSSANO!

Un tribunale chiuso, uno Stato lontano, una politica che arriva solo quando servono voti

Il Palazzo di Giustizia

Antonio Loiacono

Lo Stato non se ne va mai all’improvviso. Prima arretra. Poi si assottiglia. Infine sparisce. E quando accade, ciò che resta non è il silenzio, ma il rumore sordo dell’abbandono.

A Corigliano-Rossano quel rumore torna oggi a farsi sentire con una forza nuova. Perché il rischio non è soltanto quello di continuare a vivere senza un presidio di giustizia. Il rischio, adesso, è più grave: vedere cancellata per la seconda volta la possibilità stessa di riaverlo.

Mentre a Roma il Parlamento rimette mano alla geografia giudiziaria, il nome di Corigliano-Rossano rischia ancora una volta di restare fuori dalla mappa. Come se questa ferita dovesse essere confermata. Come se la sottrazione del 2012 non fosse bastata.

È da qui che nasce la richiesta avanzata dal Leonardo Trento, presidente della Commissione consiliare istituita per seguire il percorso di riattivazione del Tribunale: convocare un Consiglio comunale straordinario e aperto, dentro quelle stesse stanze dell’ex Palazzo di Giustizia di Rossano dove, per decenni, si è amministrata la legge.

Non altrove.

Lì.

Nel luogo dove lo Stato aveva un volto, una voce, una presenza. Perché a volte i luoghi parlano più delle parole.

E quel palazzo oggi non è soltanto un edificio vuoto. È il simbolo concreto di ciò che questo territorio ha perso.

Si chiama Tribunale di Rossano.

Un presidio cancellato nel 2012 in nome di quella parola che in Italia viene usata per giustificare tutto: riforma.

Riforma della geografia giudiziaria, dissero. Razionalizzazione. Efficienza.

Parole pulite. Tecniche. Apparentemente innocue.

Poi arriva la realtà. E sporca tutto.

Perché dietro quelle parole c’erano cittadini costretti a macinare chilometri per ottenere una sentenza, avvocati obbligati a sacrificare intere giornate di lavoro, imprese rallentate, vittime lasciate ancora più sole.

E soprattutto c’era un territorio intero che perdeva un pezzo di Stato.

Questo è il punto che troppi fingono di non capire: quando chiude un tribunale, non si spegne soltanto un ufficio.

Si spegne una presenza. Si indebolisce un confine. Si allunga la distanza tra legalità e vita reale.

E in una terra complessa come la nostra, dove il bisogno di giustizia non è teorico ma quotidiano, quella distanza diventa una frattura.

Grave. Pericolosa. Quasi offensiva.

Perché qui non parliamo di un piccolo centro marginale.

Parliamo di una delle aree più popolose e strategiche della Calabria: un territorio vasto, produttivo, attraversato da tensioni sociali, interessi economici, fragilità croniche e presenze criminali che richiederebbero esattamente il contrario di ciò che è accaduto.

Più Stato. Più prossimità. Più giustizia.

E invece no.

Qui lo Stato ha scelto di ritirarsi.

E la politica, per anni, ha osservato. A volte indignata. Più spesso distratta.

Adesso il Parlamento rimette mano alla geografia giudiziaria. Si torna a discutere di tribunali soppressi, errori del passato, riequilibri territoriali.

Tradotto: si ammette, finalmente, che quella riforma non era intoccabile.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Se si correggono gli errori, perché Corigliano-Rossano dovrebbe restare fuori?

Perché questo territorio dovrebbe essere sacrificato ancora una volta?

Perché altrove si può riparare e qui no?

Sono domande semplici.

Ed è proprio per questo che fanno paura.

La proposta di convocare un Consiglio comunale straordinario nell’ex Palazzo di Giustizia ha un valore che supera la liturgia istituzionale.

È una sfida politica. Un atto di pressione. Una chiamata alla responsabilità democratica.

Perché questa volta non basteranno comunicati prudenti, solidarietà di circostanza o promesse da campagna elettorale.

Questa volta servono nomi. Posizioni. Responsabilità.

I parlamentari del territorio dovranno dire chiaramente cosa intendono fare.

I consiglieri regionali anche.

I sindaci pure.

Basta ambiguità. Basta silenzi.

Basta quella vecchia abitudine meridionale a trasformare ogni ingiustizia in rassegnazione.

Perché il rischio è sempre lo stesso: che il Sud venga ascoltato solo quando serve, e dimenticato subito dopo.

Che i voti valgano più dei diritti. Che il consenso conti più della giustizia.

E allora la verità va detta senza giri di parole.

Se Corigliano-Rossano dovesse essere esclusa ancora una volta da questa revisione, non sarebbe un incidente tecnico.

Sarebbe una scelta politica.

Precisa. Voluta.

E avrebbe un significato chiarissimo: dire a questo territorio che la sua domanda di giustizia vale meno di altre.

Che la sua distanza è tollerabile. Che il suo peso è negoziabile.

Ma ci sono momenti in cui una comunità deve smettere di chiedere permesso e iniziare a pretendere.

Questo è uno di quei momenti.

Perché la giustizia non è una concessione.

È un diritto.

E i diritti, quando vengono tenuti lontani troppo a lungo, prima o poi si trasformano in rabbia.

E la rabbia, quando viene ignorata, finisce sempre per diventare qualcos’altro.

 

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