ESAME DI MATURITA’

L’’aula è grande, vuota a parte la fila di banchi accanto a una parete, dietro la quale siede la commissione, e la doppia fila di sedie per il pubblico sul lato opposto.

Il soffitto è troppo alto e le voci echeggiano e rimbombano in modo fastidioso. L’’ultimo esame di Stato al quale ho assistito tanti, tanti anni fa – quasi un’’altra èra geologica -– è stato il mio. Altri tempi. Allora non solo lo studente, ma anche i commissari, si presentavano all’’esame in giacca e cravatta, pur se luglio non è certo un mese che incoraggia questo tipo di abbigliamento.

Memore di quel tempo, e nel rispetto del luogo e della circostanza, anche se senza cravatta io indosso una giacca. Invece tutti gli altri indossano un abbigliamento che, in certi casi, va oltre il casual per sforare nell’’hip-hop, e stranamente più fra i commissari che fra gli studenti.

Un membro della commissione, ad esempio (è un uomo: le donne, comunque, a certe cose ci tengono), fra jeans scoloriti troppo larghi, camicia modello “stràziami” e barba lunga e folta, ha un aspetto decisamente bohèmien. Mi fa pensare a un clochard appena uscito dalla sua residenza sotto un ponte. Trovo la cosa disdicevole. Un docente, a mio avviso, dovrebbe rivendicare la sua dignità anche nel modo di porgersi: non è vero che l’’abito non fa il monaco. Lo fa, e come se lo fa.

L’’esame si sviluppa in modo diverso, rispetto alla notte dei miei tempi: io me la cavai con l’’interrogazione su due materie, scelte una da me e una dalla commissione. Invece, ora, lo studente, dopo aver esposto una tesina su un argomento di sua scelta -– nel caso specifico una bella dissertazione su “I Giganti della Montagna” di Pirandello -– è interrogato sull’’intero programma di studio.

Non posso impedirmi di tifare per lo studente che, apprendo durante l’’interrogazione, ha svolto un ottimo tema d’’italiano ma -– ahi! – ha zoppicato nella prova scritta di matematica. Gioisco con lui quando risponde con scioltezza alle domande di letteratura italiana, stringo i denti mentre con un inglese un po’’ incerto parla di George Bernard Shaw, trattengo il fiato quando manifesta di nuovo delle lacune in matematica, sospiro di sollievo quando si riprende nell’interrogazione di storia.

Chissà, mi chiedo, che voto gli daranno, a questo ragazzo. Il voto col quale si esce dall’’esame, oggi, è importante per l’’ammissione all’università. Ma ci sono professori, si sa, che in forza di chissà quale principio si rifiutano di concedere, anche ai più dotati e volenterosi, un voto superiore a otto: un “dieci” non lo darebbero manco a Dante Alighieri, pur se oggettivamente la graduatoria di valutazione dovrebbe andare, appunto, da zero a dieci.

Alcuni studenti mi raccontano che, avendo appreso che alcuni di loro sono stati ammessi all’’esame con un dieci in letteratura, una commissaria s’’è lasciata andare, davanti a tutti, ad un pubblico commento acidulo che avrebbe fatto meglio a tenere per sé, del tipo: “Bene! ora vedremo se siete davvero così bravi”.

Bisogna anche dire che i commissari d’’esame ricevono compensi ridicoli, per un’’attività di così elevata responsabilità e oggettivamente faticosa, il che certo non invita al buon umore. E poi, uno può essersi alzato con la luna storta, o aver ricevuto brutte notizie da casa, o semplicemente “non essere in vena”.

Queste considerazioni mi fanno venire in mente un interrogativo: per insegnare, si sa, bisogna avere l’’abilitazione; e per esaminare? Altro è dare il voto a un’’interrogazione o ad un compito in classe, altro è valutare l’’esito di ben cinque anni di studi: si tratta, per i membri della commissione, di giudicare il lavoro svolto per anni non solo dagli studenti ma anche dai loro colleghi che quegli studenti hanno seguìto fin sulla soglia di quell’’aula piena di rimbombi, dall’’Iliade all’’Odissea, dall’’Eneide ai Promessi Sposi, dalle equazioni di primo grado agli integrali, fino a decidere se ammetterli all’’esame di maturità, e con quale voto. Ci vuole un bel coraggio. Io non so se ce l’’avrei.

Uno psicologo ti ascolta per ore, prima di cominciare a farsi un’’idea di te; e invece una commissione d’’esame di Stato deve decidere del grado di maturità di uno studente –- non di preparazione: “di maturità”! –- in pochissimo tempo e sulla base di elementi che definire scarsi e parziali è già eufemistico: il voto d’’ammissione, tre prove scritte, una prova orale.

Ci sono ragazzi, pur preparatissimi, che per la tensione fanno scena muta; altri si ritrovano a dover rispondere proprio alla stramaledetta domanda sul famigerato unico argomento della loro materia preferita che avevano dimenticato di ripassare, altri ancora hanno magari difficoltà ad esprimersi verbalmente.

E se il rapporto personale nasce male? Metti che, al professore, la mia faccia non vada giù e che questo, senza che nemmeno se ne renda conto, lo induca ad essere con me duro e severo fino a rasentare la spietatezza. O che, viceversa, sia lo studente ad essere messo in difficoltà dall’’atteggiamento del commissario d’’esame: tutto questo non finisce col condizionare l’’andamento della prova, e il suo risultato?

Insomma, anche il più bravo dei docenti, per una spaventosa quantità di ragioni, può non essere capace di valutare oggettivamente una prova d’’esame. Mi chiedo se non sarebbe il caso che il Ministero dell’’Istruzione si decidesse a organizzare specifici corsi di formazione alle tecniche di valutazione, all’’analisi transazionale e, perché no, alla psicologia ed alla pedagogia, da destinare ai professori più motivati e dotati.

Oltre, naturalmente, a retribuire in modo decente, se non gratificante, questi professori ai quali affida una responsabilità così grave. È una tragedia del nostro tempo: gli insegnanti, che forgiano il destino delle generazioni future, sono ai livelli più bassi di retribuzione, e di conseguenza di motivazione, fra i dipendenti pubblici del nostro Paese.

Magari è anche per questo che, poi, alcuni di loro, perfino quando fanno i commissari agli esami di Stato, si presentano in aula dando l’’impressione, e non solo nell’’abbigliamento, di essere, o almeno di sentirsi, come dei clochard.

Lo studente che ho seguito, alla fine, ne esce vivo. La commissione, tutto sommato, è stata umana, perfino cordiale. Avanti un altro!

Coraggio, ragazzi! Fra qualche giorno lo stress, i patemi e le tensioni della maturità saranno solo un ricordo. Ma questo non significa che abbiate finito. “Gli esami” diceva il grande Eduardo De Filippo “non finiscono mai”.

E voi avete appena cominciato.

Giuseppe Riccardo Festa

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