Cariati é un Paese vuoto. E’ giunto il momento di rendersi conto della piaga sociale.

Non sono stati pochi gli amici, che prima che partissi per il ponte dell’Immacolata, mi hanno chiesto quali sensazioni provassi a trascorrere alcuni giorni di riposo in una località di mare, per giunta nel profondo Sud dell’Italia, lontano da centri di interesse più rinomati. Semplice la mia risposta. Un luogo dove si riescono a calare i ritmi frenetici che la vita ti impone in un contesto cittadino. O meglio dove scambiare piacevolmente qualche chiacchiera, senza dover guardare continuamente l’orologio. Ciò é quello che ho provato in quegli giorni di festa a Cariati. Un luogo nel contempo magico e nello stesso tempo irreale, dove le ore scorrono serenamente e le persone sembrano vivere in un’altra dimensione. Come se nulla riuscisse a rompere la monotonia, quasi diventata cronica. Purtroppo, agli elementi positivi – per il sottoscritto tanti anche se provati in un periodo limitato – occorre sottolineare anche alcune sensazioni negative, che si presentano inevitabilmente agli occhi del visitatore. Cariati é un Paese vuoto. Domina in molti angoli il silenzio più assoluto. Quasi irreale. Il vuoto comporta delle riflessioni. I giovani non ci sono. Abbandonano il contesto cittadino e vanno altrove. Le famiglie sono tutte frantumate. Gli affetti sono soggetti a rotture irrimediabili. Da qui, deve ripartire ogni motivo di programmazione di un nuovo futuro per Cariati. Non deve sottovalutarsi il fenomeno. Che ogni anno che passa diventa sempre più preoccupante e gravoso. E’ giunto finalmente il momento di rendersi conto della piaga sociale. Meglio esorcizzare il problema. La politica, quella che si fa attendere, deve iniziare a parlarne. Nicola Campoli

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