CARIATI: DOVE UNA SCUOLA HA PROVATO A TRASFORMARE LA MAGNA GRECIA IN UN PROGETTO PER SALVARE UNA GENERAZIONE

Per quattro giorni lo sport ha smesso di essere una competizione ed è diventato il linguaggio con cui un'intera comunità ha provato a riscrivere il proprio futuro. A qualche mese dalla conclusione dei "Giochi della Pace e dello Sviluppo", un reportage che ripercorre un'esperienza e continua a interrogare il futuro della Calabria jonica

Sara Giulia Aiello, Cataldo Minò e Santino Mariano

Antonio Loiacono

Dal 3 al 6 marzo 2026, Cariati ha vissuto quattro giorni fuori dall’ordinario. Mentre i numeri continuano a raccontare una Calabria che perde popolazione, giovani e opportunità, la cittadina ionica ha scelto di percorrere una strada diversa. I Giochi della Pace e dello Sviluppo hanno trasformato scuole, piazze, impianti sportivi e luoghi simbolo del territorio in un unico laboratorio di idee, dove lo sport è diventato il linguaggio per parlare di identità, sviluppo e futuro.

L’ultima ad abbassarsi è una bandiera della pace.

Un bambino la stringe ancora tra le mani mentre il corteo si scioglie lentamente davanti alla Chiesa di Cristo Re. Sul lungomare il vento continua a muovere gli striscioni colorati preparati nelle settimane precedenti dagli studenti. Qualcuno ripiega con cura i cartelloni. Altri si fermano per un’ultima fotografia. I professori richiamano le classi. I genitori aspettano i figli.

Per un attimo sembra una scena qualsiasi.

Poi basta alzare lo sguardo.

Più di mille persone hanno appena attraversato insieme le strade di Cariati. Non per protestare. Non per rivendicare qualcosa. Nemmeno per celebrare una ricorrenza.

Hanno camminato perché qualcuno, quattro giorni prima, aveva immaginato che lo sport potesse diventare molto più di una competizione.

Ed è forse proprio da qui che bisogna cominciare.

Non dalla cerimonia inaugurale. Non dalla fiaccola olimpica. Nemmeno dai convegni.

Bisogna partire dalla domanda che ha attraversato, spesso senza essere pronunciata, ogni incontro, ogni partita, ogni conferenza.

Che futuro può avere una terra che continua a perdere i propri giovani?

È questa la domanda che ha accompagnato ogni passo dei Giochi della Pace e dello Sviluppo, trasformando una manifestazione scolastica in qualcosa di molto diverso.

In un esperimento sociale.

In un laboratorio politico, nel senso più nobile del termine.

In un luogo dove la scuola ha smesso di limitarsi a trasmettere conoscenze, scegliendo di costruire una visione.

Cariati è abituata a convivere con il rumore del mare.

In quei giorni, però, il suono dominante era un altro: le voci dei ragazzi.

Arrivavano dai campi sportivi, dalle palestre, dall’Aula Magna dell’ITI “Mazzone”, dalle vie del centro, dal porto, dal lungomare.

Sembrava che la città avesse deciso di parlare attraverso coloro che, statisticamente, rischiano un giorno di lasciarla.

È questa la contraddizione che colpisce più di ogni altra.

Protagoniste assolute dell’evento sono state proprio quelle generazioni che, secondo le proiezioni della SVIMEZ, potrebbero diminuire di circa 350 mila unità entro il 2050.

Un dato enorme.

Ma le statistiche, da sole, non fanno rumore.

Quel rumore lo fanno invece le sedie vuote nelle aule scolastiche, le case chiuse, le serrande abbassate.

Lo fanno i saluti nelle stazioni e le valigie preparate dopo una laurea.

È questo il vero avversario contro cui hanno giocato i ragazzi di Cariati.

C’è un luogo che racconta meglio di qualsiasi discorso il significato dell’intera manifestazione.

È il fiume Nicà!

Qui, secondo la tradizione storica, nel 510 avanti Cristo, l’esercito di Kroton, guidato dal pluricampione olimpico Milone, sconfisse Sibari.

Per secoli quel nome ha evocato una vittoria militare.

Quest’anno, invece, è accaduto qualcosa di diverso.

Nessuno ha cancellato quella storia.

È stata riscritta.

La parola Nike ha continuato a significare “vittoria”, ma quella vittoria non coincideva più con la sconfitta di qualcuno.

Era diventata la vittoria sul pregiudizio, sulla frammentazione, sull’isolamento, sulla rassegnazione.

La geografia della Magna Grecia è diventata la metafora del presente.

Due città che un tempo combattevano.

Due territori che oggi sono chiamati a collaborare.

È probabilmente una delle intuizioni culturali più originali dell’intera iniziativa.

Perché sposta il passato dal museo alla politica territoriale.

La forza dei Giochi della Pace e dello Sviluppo non è stata nello sport.

È stata nell’uso dello sport.

Ogni partita, ogni corsa, ogni esercizio, ogni staffetta, ogni passo del Fitwalking raccontava la stessa idea: il movimento come strumento di crescita collettiva.

Può sembrare uno slogan.

A Cariati è diventato un metodo.

Mentre gli studenti giocavano, negli stessi momenti si discuteva di mobilità sostenibile, dei corridoi TEN-T, della Statale 106, del rilancio dei porti, delle aree interne, della sanità territoriale, dello spopolamento e della necessità di costruire finalmente una massa critica capace di dare voce all’intero Arco Jonico.

È raro assistere, nello stesso evento, a una partita di pallavolo e a una riflessione sulla desertificazione demografica.

Ancora più raro è vedere quei due momenti dialogare tra loro.

Ed è probabilmente questa contaminazione il tratto più originale dell’iniziativa.

La scuola non è stata soltanto il luogo che ha ospitato l’evento.

Ne è diventata il motore.

Per quattro giorni ha smesso di essere soltanto uno spazio dedicato all’istruzione ed è diventata un’infrastruttura civile, una piazza pubblica nella quale amministratori, università, diocesi, associazioni, volontariato, professionisti e cittadini hanno condiviso una riflessione comune sul futuro del territorio.

Un cambio di prospettiva che rappresenta forse il risultato più significativo dell’intera manifestazione.

In questo percorso ha assunto un valore non secondario anche la presenza della politica locale.

Sindaci, amministratori e rappresentanti delle istituzioni hanno scelto di partecipare ai momenti di confronto, condividendo un progetto che non parlava di appartenenze ma di futuro.

Un segnale importante.

Perché quando scuola, istituzioni e società civile riescono a confrontarsi sullo stesso terreno, un’iniziativa educativa può trasformarsi in una proposta concreta di sviluppo.

È proprio in questa capacità di costruire alleanze che si riconosce il tratto distintivo dell’intero progetto.

L’idea, infatti, non è nata improvvisamente.

Ha preso forma attraverso la collaborazione tra la dirigente scolastica Sara Giulia Aiello e Santino Mariano, Coordinatore regionale per l’Educazione Motoria, Fisica e Sportiva dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria.

Alla dirigente è spettato il compito di fare della scuola il centro propulsore dell’iniziativa, aprendola alle istituzioni e al territorio.

A Mariano quello di elaborarne l’impianto culturale e organizzativo, costruendo un percorso capace di intrecciare storia, educazione, salute, cittadinanza attiva e sviluppo territoriale.

Attorno a questa visione si è progressivamente consolidata una rete ampia e articolata.

L’evento è stato promosso dall’IIS “Patrizi-Mazzone”, dall’Istituto Comprensivo “E. De Amicis” e dal Comune di Cariati, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria, attraverso il Coordinamento regionale EMFS, con Antica Kroton Futura, i Comuni di Crotone e Cassano all’Ionio, le Province di Cosenza e Crotone, le Diocesi di Rossano-Cariati, Crotone-Santa Severina e Cassano all’Ionio, i Parchi Archeologici di Sibari e Crotone e un articolato mondo dell’associazionismo.

Una convergenza istituzionale non frequente, capace di mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che, normalmente, percorrono strade parallele.

È anche questo uno degli elementi che distingue i Giochi della Pace e dello Sviluppo da molte altre manifestazioni scolastiche.

Non si è trattato soltanto di organizzare un evento.

Si è tentato di costruire un metodo.

Un modello nel quale educazione, cultura, sport e sviluppo territoriale smettono di essere compartimenti separati e diventano parti dello stesso progetto.

Quando il corteo si conclude, le bandiere vengono ripiegate, le magliette tornano negli zaini e il braciere olimpico si spegne.

Cariati riprende lentamente il ritmo quotidiano.

È proprio allora che il reportage finisce e comincia la realtà.

Perché nessuna manifestazione, da sola, completerà la Statale 106.

Nessun convegno fermerà l’esodo dei giovani.

Nessuna camminata risolverà il divario infrastrutturale della Calabria.

Ma quei quattro giorni hanno lasciato un messaggio difficile da ignorare.

Le comunità non cambiano quando trovano tutte le risposte.

Cambiano quando imparano a costruirle insieme.

E forse è questa l’eredità più autentica lasciata dai Giochi della Pace e dello Sviluppo.

A pochi passi dal fiume Nicà, dove venticinque secoli fa si consumò una battaglia destinata a entrare nella storia della Magna Grecia, una scuola ha provato a dimostrare che oggi la vera vittoria non appartiene a chi conquista un territorio, ma a chi riesce a costruirne il futuro.

Perché la pace, in fondo, non è il contrario della guerra.

È la capacità di creare le condizioni affinché una nuova generazione possa scegliere di restare.

 

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