CARIATI ACCENDE IL BRACIERE DELLA PACE

Nella città ionica “Città della Vittoria” i Giochi della Pace e dello Sviluppo diventano un esperimento concreto di educazione civile attraverso lo sport

I giochi della Pace e dello Sviluppo

Antonio Loiacono

C’è un punto preciso della costa ionica calabrese dove la storia ha lasciato un’eco ruvida. Nel 510 avanti Cristo, tra Sibari e Kroton, si combatté una guerra che segnò un’epoca. Vittoria da una parte, annientamento dall’altra. La memoria, da queste parti, non è mai neutra: è stratificazione, è sedimento.

Oggi quella direttrice geografica converge su Cariati. È lì che si svolgeranno, dal 3 al 6 marzo, “I Giochi della Pace e dello Sviluppo”, dentro il progetto significativamente intitolato “Cariati Città della Vittoria”. Una vittoria che non richiama più eserciti, ma educazione.

Non è un’iniziativa calata dall’alto. Nasce dalle scuole.

L’IIS Cariati, l’IC “E. De Amicis” e il Comune di Cariati ne sono il motore organizzativo, con il supporto dell’USR Calabria – Coordinamento EMFS, nel solco dei Nuovi Giochi della Gioventù. Attorno a loro si è costruita una rete ampia: Regione Calabria, Province di Cosenza e Crotone, i Comuni di Crotone e Cassano Ionio, la Rete delle scuole che promuovono la salute, il Coordinamento regionale delle Consulte provinciali degli studenti, la Chiesa,

Non è solo una somma di loghi istituzionali, é un’alleanza territoriale!

Ragazzi che partono da Crotone e da Sibari e corrono verso Cariati. Una staffetta che attraversa simbolicamente luoghi un tempo divisi. Un braciere che si accende. Un nome che potrebbe sembrare eccessivo: “Giochi della Pace e dello Sviluppo”.

Qualcuno potrebbe liquidarla come coreografia. Ma ogni comunità ha bisogno di riti. Anche la modernità, che finge di non crederci mentre costruisce i propri altari digitali. I riti non servono a decorare: servono a ricordare chi siamo, o chi vorremmo diventare.

Il punto, però, non è la cerimonia, il punto è la scuola.

In un’epoca in cui la politica fatica a produrre coesione e le piattaforme digitali alimentano polarizzazioni istantanee, resta un luogo in cui il conflitto può essere regolato senza essere negato: il campo sportivo scolastico.

Non è un’immagine romantica. È un dato antropologico.

Lì si impara a perdere senza crollare, a vincere senza umiliare, a rispettare una regola che non si è scritta.

Non è poco!

Mentre nel dibattito pubblico la parola “pace” oscilla tra l’astrazione e la propaganda, qui viene riportata a terra. Alla fatica del fiato corto. Alla responsabilità del passaggio di testimone. Alla necessità di fidarsi del compagno che corre accanto.

La staffetta non è solo un percorso fisico. È una metafora quasi didattica: ciò che ricevi non ti appartiene, lo custodisci per consegnarlo meglio di come l’hai trovato. Vale per la fiaccola. Vale per il territorio. Vale per le istituzioni.

E dentro questo intreccio — sport, mobilità sostenibile, agricoltura, salute pubblica — c’è un’idea più radicale di quanto sembri: il corpo come infrastruttura civica. L’educazione motoria non come riempitivo dell’orario scolastico, ma come laboratorio di democrazia concreta.

Perché il campo sportivo è uno spazio regolato ma non oppressivo. È competizione senza distruzione. È conflitto incanalato in una società che spesso non sa più distinguere tra dissenso e annientamento, è una palestra decisiva.

C’è un dettaglio che colpisce osservando questi ragazzi allenarsi: la naturalezza con cui accettano il limite. Il fallo fischiato. Il punto perso. L’errore. Nel mondo adulto, il limite viene negato o scaricato. Qui viene interiorizzato.

È una lezione politica, anche se nessuno la chiama così.

I Giochi mettono insieme ciò che troppo spesso separiamo: infrastrutture e benessere, agricoltura e sport, salute e territorio. Il ragazzo che corre su un campo è lo stesso che percorre la statale 106, lo stesso che abita un’area che chiede mobilità sicura, sviluppo sostenibile, opportunità concrete. La mobilità non è un capitolo tecnico: è una questione di dignità. Il benessere non è uno slogan: è una somma di movimento, alimentazione, relazioni sane.

Certo, quattro giorni non cambiano un territorio. Le iniziative scolastiche vivono di entusiasmo e rischiano la dispersione. La continuità è sempre la prova più dura.

Ma qui c’è qualcosa di più di un calendario di eventi. C’è un tentativo di ribaltare una narrazione: trasformare un luogo segnato dalla memoria della guerra in un laboratorio di convivenza. Non cancellare la storia. Reinterpretarla.

Forse è questo il punto più sottile: la pace non è assenza di conflitto. È gestione adulta del conflitto. È la capacità di restare in campo senza trasformare l’avversario in nemico.

Mentre il mondo adulto discute di deterrenze e strategie, una comunità — scuole, istituzioni, studenti — affida la propria idea di futuro a una generazione che corre. Non è ingenuità. È un investimento.

La pace non si proclama: si allena!

Il braciere si spegnerà. Le medaglie verranno riposte. Le piazze torneranno silenziose.

Resterà, se resterà qualcosa, quella disciplina invisibile imparata correndo: competere senza distruggere, appartenere senza escludere, vincere senza dimenticare.

Non è spettacolare, é strutturale.

Ed è da Cariati che passa — almeno per qualche giorno, ma forse per molto di più — la possibilità di dimostrare che educare alla pace non è retorica. È metodo!

 

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