■Antonio Loiacono
Ogni giorno, lontano dal rumore del mondo, c’è chi costruisce pezzo dopo pezzo una realtà fatta di coraggio, pazienza e amore; come Veronica, romana di origine e calabrese d’adozione, trasferitasi a Crotone nel 2011. La sua vita scorre tra scuola, casa, terapie, merende preparate al volo e sorrisi conquistati un passo alla volta. È una mamma a tempo pieno, di quelle che non timbrano cartellini ma conoscono ogni sfumatura dei propri figli. Tra loro c’è Antonio, un ragazzo nello spettro autistico, oggi adolescente, con un percorso iniziato quando non aveva ancora compiuto due anni.
Undici anni nello stesso centro per l’autismo. Undici anni fatti di attese, conquiste, scoraggiamenti e ripartenze. Un luogo diventato punto fermo, quasi una seconda casa, dove Antonio ha imparato a muoversi nel mondo con i suoi tempi e le sue modalità. Ma la sua storia non è fatta solo di terapie. È fatta di vita vera, quella che spesso sfugge alle definizioni.
Antonio è un ragazzo che ama Super Mario, i videogiochi che scorrono veloci tra le dita e regalano piccole vittorie quotidiane. Gli piace disegnare, riempire fogli di linee e colori che raccontano più di mille parole. Ha una passione per i giochi da tavolo, anche quando li gioca da solo o con la sua famiglia, trasformando ogni partita in un piccolo rituale. E poi c’è la matematica, che affronta con naturalezza, senza essere un genio ma con quella solidità che rassicura. E un sogno, forse ancora in cerca di spazio: la batteria. Il ritmo, il suono, la possibilità di esprimersi senza bisogno di spiegarsi.
Proprio da questo bisogno di creare e condividere è nato qualcosa di speciale, senza etichette ma pieno di significato: Antonio, con l’aiuto dei suoi genitori, ha dato vita a una pagina Facebook dal nome “Il mondo creativo di Antonio”. Uno spazio semplice e autentico, dove si diverte a realizzare oggetti, disegni e piccoli progetti, accompagnandoli spesso con tutorial. Non è solo una vetrina, ma un ponte: un modo per entrare in contatto con altri “Antonio”, con chi vive mondi che sembrano lontani ma che, in realtà, sono più vicini di quanto si creda. Un luogo dove la creatività diventa linguaggio e condivisione, e dove quel mondo, a tratti silenzioso, si rivela sorprendentemente ricco e persino fantastico.
La sua è una quotidianità piena. Scuola, casa, due appuntamenti settimanali con la terapia, uscite con la famiglia. Non esiste “solo il due aprile”, la giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. L’autismo, come dice Veronica, “c’è ogni giorno”. E ogni giorno chiede presenza, pazienza, capacità di adattarsi.
In casa, però, non ci sono etichette. I fratelli più piccoli — una bambina di quasi sei anni e un bambino di quattro — non hanno mai visto Antonio come “diverso”. Per loro è semplicemente Antonio. Con i suoi interessi, i suoi silenzi, le sue abitudini. È questa forse la forma più pura di inclusione: quella che non ha bisogno di essere spiegata.
Veronica lo dice chiaramente: non ama la parola “speciale”. È stata usata troppe volte come una carezza che in realtà separa, più che unire. Perché dietro ogni etichetta, anche la più gentile, si nasconde il rischio di non vedere davvero la persona.
Il percorso terapeutico di Antonio è cambiato nel tempo. Dall’ABA (Applied Behavior Analysis, è un approccio scientifico che studia e modifica il comportamento attraverso l’analisi delle relazioni tra stimoli, azioni e conseguenze), iniziato nei primi anni, si è passati a un lavoro più orientato alle autonomie. Perché crescere significa anche questo: adattare gli strumenti, rivedere gli approcci, riconoscere che non esiste una formula unica. Ogni persona nello spettro autistico è diversa, con bisogni e potenzialità proprie. E questo richiede flessibilità, competenza, ascolto.
Non sempre, però, il contesto è pronto. Le difficoltà si incontrano soprattutto fuori dai percorsi strutturati. Lo sport, ad esempio, è stato un terreno complicato. Antonio ha provato nuoto, ma si è trovato a ripetere sempre le stesse attività, spesso da solo, senza un reale coinvolgimento. Ha tentato anche con il pianoforte, che gli piaceva, ma senza il supporto adeguato il percorso si è interrotto. E così, occasioni che potrebbero diventare ponti si trasformano in porte chiuse.
È qui che emerge una delle questioni più urgenti: la mancanza di personale formato, di spazi realmente inclusivi, di opportunità pensate per accogliere e non solo per “inserire”. L’inclusione non è presenza fisica, è partecipazione autentica.
Per questo Veronica ha sempre cercato alternative. Laboratori, attività creative, momenti condivisi con altri bambini, più grandi o più piccoli. Luoghi in cui Antonio potesse osservare, sperimentare, sentirsi parte di un processo. Perché creare qualcosa, dall’inizio alla fine, è molto più di un’attività: è un modo per stare nel mondo.
Il messaggio che emerge da storie come questa è semplice, ma spesso ignorato: l’autismo non è un blocco unico. È uno spettro, fatto di infinite sfumature. Ridurlo a una definizione è come cercare di descrivere il mare guardando solo una goccia.
E allora la domanda diventa un’altra: cosa manca davvero?
Manca una rete più solida per le famiglie, che spesso si trovano a essere tutto — genitori, educatori, mediatori, combattenti silenziosi. Manca una formazione diffusa per chi lavora con i bambini e i ragazzi, nello sport, nella scuola, nelle attività artistiche. Manca la capacità di ascoltare, prima ancora di intervenire.
Le soluzioni esistono, ma richiedono volontà. Investire nella formazione degli operatori, creare attività accessibili, sostenere economicamente e psicologicamente le famiglie. E soprattutto, cambiare sguardo. Passare da un’idea di “adattamento” a una di “incontro”.
In fondo, come suggerisce anche il messaggio “Amici per un giorno”, basta poco per iniziare. Un invito, una domanda semplice — “cosa ti piace?” — un pomeriggio condiviso. Non serve fare tutto, serve esserci. Perché la consapevolezza vera non nasce dalle parole, ma dall’esperienza.
La storia di Veronica e Antonio non è straordinaria nel senso spettacolare del termine. È straordinaria perché è vera. Perché racconta la fatica senza nasconderla, ma anche la bellezza che si costruisce nei dettagli. Nei giochi fatti insieme, nelle routine che diventano rifugio, nei piccoli passi che, giorno dopo giorno, vanno tutti nella stessa direzione.
Guardare l’autismo significa imparare a rallentare, a cambiare prospettiva, a lasciare spazio a forme diverse di comunicazione e presenza. Significa accettare che non tutto deve essere compreso subito, ma può essere accolto.
E forse è proprio da qui che bisogna partire: non dalla diagnosi, ma dalla persona. Sempre.
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