Viviamo decisamente in uno strano mondo: si pensa di togliere l’accesso ai social media ai ragazzini (è stato già fatto in Australia e in Francia) perché non sono maturi e a conferma della loro immaturità il governo e la sua maggioranza hanno deciso che per accedere all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole i ragazzini debbono portare l’autorizzazione dei genitori. Però lo stesso governo ritiene i ragazzini di 14 anni maturi abbastanza da essere imputabili, se commettono un illecito, e quindi passibili di arresto, processo e detenzione, come se fossero adulti e pienamente consapevoli delle proprie azioni: “Chi sbaglia paga” ha dichiarato fiera e inflessibile la presidente del Consiglio, nel suo videomessaggio sull’argomento prontamente realizzato e diffuso.
Nella sua furia giustizialista, orientata alla repressione vista come unica soluzione di ogni male, dopo ben sei “decreti sicurezza” in quattro anni, tutti orientati in quell’unica direzione, il governo ha dunque deciso che alla sua galleria dei cattivi da sbattere in galera bisogna aggiungere anche i ragazzini, a ciò motivato dalla cronaca che, di tanto in tanto, registra atti di violenza compiuti dalle cosiddette “baby gang”. Allo stesso modo, all’inizio della legislatura, sempre sull’onda delle notizie di cronaca, esso si affrettò a emanare il cosiddetto “decreto anti rave” e poi, continuando a inseguire la cronaca, con squilli di tromba e rulli di tamburo emanò il “decreto Caivano”; e via così, decreto dopo decreto, sempre annunciando che la priorità era la sicurezza dei cittadini e sempre registrando risultati che definire asfittici è già elogiativo, visto che nel corso di questi quattro anni il numero dei crimini non ha certo registrato una flessione, anzi è aumentato.
Quello che salta all’occhio, oltre all’inefficacia di un concetto di sicurezza basato esclusivamente sull’aggravamento delle pene e sull’invenzione di nuovi reati, è, nel caso dei giovani e dei giovanissimi, il cortocircuito fra un’educazione alla quale si mette la mordacchia e una costante corsa alla repressione.
In questa società in cui le relazioni interpersonali, quando sopravvivono, soprattutto fra i giovani diventano non di rado teatro di un esasperato bisogno di autoaffermazione che è frutto di insicurezza e di mancanza di punti di riferimento, la tanto aborrita educazione sessuo-affettiva non consisterebbe, a dispetto delle fobie delle destre e del governo, nella morbosa descrizione di oscenità sessuali o nella diffusione della (peraltro inesistente) “ideologia gender”, ma anzi, prima di tutto, nell’insegnare ai ragazzi a prendere coscienza dell’esistenza dell’altro come portatore di personalità, di sensibilità e bisogni, guidandoli così sul sentiero dell’empatia e della comprensione.
Invece no: in nome di obsoleti tabù sessuali si preferisce fingere di ignorare che gli adolescenti – da sempre, ma in misura più virulenta nel nostro mondo che non sa offrire loro validi modelli di riferimento – vivono paure, insicurezze, curiosità e angosce che meriterebbero cura e attenzione. Da parte di chi? Dei genitori, certo; spesso però i genitori non dispongono degli adeguati strumenti materiali e soprattutto culturali e il loro approccio al problema, se non del tutto assente, non di rado è reticente o addirittura controproducente.
È soprattutto la società di cui i ragazzi fanno parte, e quindi la scuola, che dovrebbe assumersi questa responsabilità. È ovvio che la scuola dovrebbe essere attrezzata fornendole gli strumenti – materiali e soprattutto umani – adeguati a compiere un compito delicato, certo, ma essenziale per offrire ai ragazzi un supporto, e quindi una formazione culturale e psicologica, degni di un Paese civile e moderno e poi, al Paese, consegnare cittadini equilibrati, sereni e consapevoli.
E invece no: si preferisce la via più breve, quella della sola repressione che, se il disegno di legge (l’ennesimo) sulla sicurezza che la riguarda sarà approvato in Parlamento, non risolverà affatto il problema della violenza giovanile, come i precedenti non hanno risolto il problema della delinquenza degli adulti. Il risultato che questa nuova norma otterrà sarà di trasformare in gabbie sovraffollate di ragazzini disperati e furibondi anche le carceri minorili, dopo che i precedenti hanno ottenuto lo stesso effetto con i maggiorenni, senza migliorare di una virgola la condizione e la percezione della sicurezza da parte della gente.
È vero però, bisogna ammetterlo, che il governo, e i giornali che lo sostengono, potranno dichiarare soddisfatti che la sicurezza dei cittadini è la priorità assoluta e che chi sbaglia deve pagare, senza se e senza ma.
Purché, aggiungo io, sia pezzente, immigrato, disoccupato o ragazzino; se invece è un dipendente pubblico (vedi abolizione dell’abuso d’ufficio), un poliziotto violento (vedi scudo legale) o un membro o ex membro del governo o della maggioranza (vedi Pozzolo, Dal Mastro e Santanché), vale la regola del garantismo, perché va bene la giustizia, ma l’amicizia è sacra.
Giuseppe Riccardo Festa
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