■Antonio Loiacono
“Dal 1980 difendiamo la straordinaria varietà ambientale e culturale della nostra regione”.
Non è solo uno slogan. È una promessa che attraversa il tempo, che ha il peso delle battaglie vinte e di quelle ancora aperte. Una frase che racconta quarant’anni di presidio, denuncia, proposta. E, soprattutto, di presenza. Sul campo. Nei territori. Dove spesso i problemi ambientali non fanno rumore finché non diventano emergenze.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per leggere ciò che è accaduto ieri a Cortale (in provincia di Catanzaro, nel cuore della Calabria centrale, tra il mar Ionio e il Tirreno, ai piedi del Monte Contessa) nell’assemblea regionale dei soci di Legambiente Calabria: non come un semplice passaggio interno di un’associazione, ma come il termometro di un ambientalismo che cambia pelle, si allarga, si radica ancora di più.
Perché dentro quel nuovo assetto dirigente c’è anche un frammento di Basso Jonio cosentino. Un pezzo di Calabria che troppo spesso resta ai margini del racconto pubblico, ma che vive ogni giorno il peso delle contraddizioni ambientali: dissesto, abbandono, fragilità infrastrutturali, spopolamento. E adesso quella voce entra, ufficialmente, nel cuore delle decisioni regionali.
L’ingresso di Vincenzo Sicilia nel direttivo regionale di Legambiente Calabria, in rappresentanza del Circolo Nicà di Scala Coeli, guidato da Nicola Abruzzese, ha un significato che va ben oltre il dato formale. È il riconoscimento di un lavoro costruito con discrezione, senza rincorrere riflettori, ma restando ancorato alla sostanza. Sul territorio. Tra la gente. Dentro i problemi veri.
Tecnico esperto del settore, ingegnere ambientale e conoscitore attento delle dinamiche territoriali e delle loro fragilità, Sicilia porta con sé un patrimonio di competenze che, oggi più che mai, diventa prezioso. Perché conoscere un territorio non significa solo leggerne le mappe o studiarne i dati: significa comprenderne gli equilibri sottili, le ferite aperte, i rischi che si annidano spesso nell’indifferenza.
“Sono davvero felice per questa nomina nel consiglio direttivo di Legambiente Calabria –sono state le prime parole del neo consigliere Vincenzo Sicilia– La mia passione per le scienze ed in particolare per l’ecologia è la principale spinta in questo organo molto importante. Credo che Legambiente Calabria abbia una certa importanza proprio per il notevole impegno nella divulgazione scientifica e nelle tante attività di monitoraggio e campionamento eseguite nel corso degli anni.”
Ma accanto alla preparazione tecnica c’è un altro elemento, forse ancora più decisivo: la dimensione umana. La capacità di ascolto, il senso del confronto, quella sensibilità che rende credibile ogni impegno collettivo. È da questo intreccio — competenza e umanità — che può nascere un contributo concreto e autorevole al lavoro associativo.
Ed è anche per questo che la sua nomina assume un valore particolare: non soltanto come riconoscimento personale, ma come investimento su una figura che può aiutare Legambiente Calabria a leggere meglio le complessità del presente e a costruire risposte più solide per il futuro. In un tempo in cui i territori chiedono attenzione vera, avere nel direttivo chi quei territori li conosce, li vive e li studia, non è un dettaglio. È una scelta precisa.
Il Circolo Nicà, nato in una realtà interna e periferica come Scala Coeli, è riuscito in poco tempo a ritagliarsi uno spazio credibile nel panorama associativo calabrese. Non per visibilità, ma per concretezza. E questo, oggi, pesa.
La giornata all’Agriturismo Abbatia è stata intensa. Quasi necessaria. Un confronto vero tra delegati, attivisti e giovani dello Youth Calabria, guidato dalla presidente Anna Parretta e dalla direttrice Silvia De Santis, culminato nella presentazione del primo Bilancio Sociale della storia di Legambiente Calabria e nell’approvazione unanime del Bilancio Consuntivo 2025. Numeri, certo. Ma dietro quei numeri ci sono chilometri percorsi, battaglie affrontate, territori ascoltati.
E forse è proprio questo il punto.
L’ambientalismo, oggi, non può più essere soltanto una voce che arriva dai grandi centri. Deve saper parlare la lingua delle periferie, delle aree interne, dei paesi che resistono. Deve saper capire cosa significa vivere accanto a un fiume che cambia corso, su una collina che frana, in una terra che si svuota.
L’elezione di Vincenzo Sicilia racconta esattamente questo: che il futuro delle battaglie ambientali calabresi non si costruirà solo nelle città, ma anche nei borghi. Anzi, forse soprattutto lì.
Perché difendere la “straordinaria varietà ambientale e culturale” della Calabria significa anche questo: dare voce a chi quella varietà la custodisce ogni giorno, spesso nel silenzio. E adesso, quel silenzio, comincia finalmente a farsi sentire.
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