E così il caso Mari – Murgia si chiude con la salomonica sentenza della Fondazione Bellonci: “Mari resta in gara, si giudica il libro e non la persona”.
È giusto, vero, sacrosanto: vale per tutti gli artisti, mica solo per Mari. È un principio che Thomas Mann mette bene in evidenza in molti suoi scritti, ad esempio in Altezza Reale, in Tonio Krüger e in Tristano: l’artista può essere malmesso, meschino, perfino banale come persona, ma è la sua opera quella che conta. Tutti sappiamo, per esempio, quanto Richard Wagner fosse profittatore, egoista, voltagabbana e ottusamente antisemita, ma questo non ci impedisce di esaltarci all’ascolto della Cavalcata delle Walkirie, della Marcia Funebre di Sigfrido o di un’ouverture del Lohengrin; e che dire di Francesco Guicciardini, che da un lato denunciava la corruzione, la lussuria e il lusso sfrenato della Curia romana del suo tempo, e dall’altro quella Curia la serviva, diligente, perché doveva preoccuparsi de “lo mio particulare”, vale a dire degli affaracci suoi? O ancora si può pensare a Céline, scrittore superbo e giustamente ammirato per la sua opera ma anche nazista convinto e impenitente. Gli esempi di artisti miserabili e meschini nella vita ma eccelsi nell’opera sono innumerevoli, e dunque bisogna convenire con la Fondazione Bellonci: in gara, allo Strega, ci sono i libri, non i loro autori; non bisogna mai giudicare l’opera guardando a chi l’ha creata, e quindi Mari resta in gara.
Ma c’è un ma, e questo ma è grosso come un macigno: se è vero ciò che le cronache raccontano, Mari, durante quella chiacchierata su quel famigerato pulmino, riferendosi a Michela Murgia ha fatto esattamente il contrario. Egli infatti avrebbe attribuito l’opera di Michela Murgia – tutta la sua opera – alla rabbia che, a suo dire, nella defunta scrittrice generava la consapevolezza di non essere fisicamente attraente. In conclusione, la Fondazione Bellonci ci dice che Mari può dire di Murgia (scriveva quel che scriveva perché invelenita dalla sua bruttezza) quel che il resto del mondo non può dire di Mari (è un maschilista retrogrado che giudica l’opera di una scrittrice secondo quel che lui crede lei pensasse del proprio aspetto fisico).
Si è parlato anche di un polverone sollevato ingiustamente a sèguito di una ignobile violazione della privacy dello scrittore a causa, in fondo, di una voce dal sen fuggita. Attenti, però, quando parliamo di voci dal sen fuggite. Senza scomodare Freud e il suo interessante saggio Lapsus, dedicato proprio alle voci dal sen fuggite, sappiamo tutti che le parole in libertà esprimono il vero sentire di chi se le lascia scappare.
Ammettiamolo: tutti noi maschietti, istintivamente, siamo portati a valutare una donna, in primis, dal suo aspetto fisico. Se un uomo è brutto ma bravo e intelligente, diciamo che è bravo e intelligente anche se è brutto; ma se è una donna ad essere brutta ma brava e intelligente, istintivamente tendiamo a pensare che sì, è brava intelligente, però è brutta.
La chiave del mio ragionamento sta tutta in quell’avverbio: istintivamente. L’uomo diventa civile quando impara a dominare i suoi istinti, e la conquista della civiltà è – o almeno dovrebbe essere – l’obiettivo di qualunque uomo che voglia fregiarsi del titolo di intellettuale, perché non c’è alternativa: o agisci d’istinto, senza riflettere, o i tuoi istinti li domini, cioè rifletti, cioè usi l’intelletto, e cioè sei intellettuale.
A questo punto, la spiacevole uscita di Mari sul pulmino (se è vera) trascende lo stesso Mari e diventa un invito a noi tutti, esponenti di sesso maschile della società, a interrogarci sulla nostra capacità di dominare l’istintiva tendenza a giudicare le donne in base alla loro appetibilità sessuale e a ritenere che i loro comportamenti da quell’appetibilità sessuale siano condizionati e determinati.
Quest’invito sarà raccolto? Sicuramente sì, dagli uomini civili, riflessivi e mentalmente evoluti.
Resta da vedere quanti, anche fra i sedicenti intellettuali e perfino tra i potenziali vincitori di prestigiosi premi letterari, siano gli uomini civili, riflessivi e mentalmente evoluti.
Giuseppe Riccardo Festa
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