■Antonio Loiacono
Il boschetto di Rogoredo, a gennaio, non ha nulla di simbolico. È un luogo che si consuma ogni giorno: aghi, terra smossa, scambi rapidi, presenze che entrano e spariscono. Il 26 gennaio uno sparo ha tagliato quell’equilibrio precario. Un uomo è rimasto a terra. Un agente ha premuto il grilletto.
All’inizio sembrava l’ennesimo episodio dentro un contesto difficile. Poi le indagini hanno aperto una crepa: si parla di possibili alterazioni della scena, di elementi non immediatamente coerenti, di verifiche ancora in corso. La storia si è complicata. E quando una storia si complica, le parole pesano il doppio.
Nicola Abruzzese le sceglie con attenzione. Trentasei anni — «anzi trentasette» corregge — dentro la Polizia di Stato. Oggi dirigente sindacale, componente del Direttivo Provinciale SIULP di Bologna.
«Parlo da poliziotto prima ancora che da sindacalista», esordisce. «Le responsabilità da parte del collega, emerse durante l’interrogatorio davanti al GIP, non presuppongono zone franche. La divisa non è uno scudo personale. È un impegno pubblico».
Non difende l’indifendibile. Non anticipa giudizi. «La magistratura deve lavorare senza pressioni. Ed è giusto che lo faccia fino in fondo. Se qualcuno ha tradito il proprio ruolo, dovrà risponderne».
Poi si ferma. Cambia tono.
«Ma attenzione a non trasformare l’episodio in una sentenza collettiva. Io conosco migliaia di donne e uomini che ogni giorno entrano in servizio sapendo di poter non tornare a casa sereni. Non si può cancellare questo con un titolo o con un hashtag».
La sua non è una difesa d’ufficio. È un equilibrio faticoso. «La credibilità della Polizia si difende con la verità, non con il silenzio. E nemmeno con la negazione. Se c’è stato un errore, deve essere chiamato per nome. Se c’è stato un reato, deve essere perseguito. Senza ambiguità».
Abruzzese conosce contesti come Rogoredo. «Chi non ha mai operato in certe aree non può immaginare la tensione costante. Non è una scusa, sia chiaro. È la cornice. E le cornici influenzano le scelte, a volte le peggiorano. Per questo servono formazione, controlli interni seri, sostegno psicologico vero. Non solo parole».
Fuori dagli uffici giudiziari, intanto, il dibattito si accende e si polarizza. Abruzzese osserva: «Sui social vedo processi sommari, etichette rapide. O eroi o mostri. La realtà raramente è così lineare. E la semplificazione non aiuta nessuno, né la vittima né l’istituzione».
C’è una frase che ripete quasi a bassa voce: «Chi sbaglia paga. Sempre». Poi aggiunge: «Ma la responsabilità è individuale. Non esiste una colpa per contagio».
Non è una chiusura. È un confine.
«Io sto dalla parte della legge», conclude. «Anche quando fa male. Anche quando riguarda uno di noi».
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