■Antonio Loiacono
Un emendamento presentato dai relatori al decreto Infrastrutture propone di incrementare il canone annuale versato ad Anas, introducendo un rialzo dei pedaggi autostradali. Nello specifico, l’aumento sarà di 1 millesimo di euro per ogni chilometro percorso sia per i veicoli leggeri (auto, moto – classi A e B), sia per i mezzi pesanti e i SUV (classi 3, 4 e 5).
La misura dovrebbe entrare in vigore dal primo agosto e comporterà un ritocco al rialzo delle tariffe ai caselli per tutti gli utenti della rete autostradale.
Mentre il carrello della spesa continua a svuotarsi e le bollette restano alte, dal primo agosto scatterà l’ennesimo aumento! Un rincaro che, secondo quanto emerge da fonti ministeriali e dai gestori, interesserà diverse tratte della rete nazionale e colpirà indistintamente lavoratori pendolari, famiglie in vacanza e trasportatori, aggravando ulteriormente una situazione economica già insostenibile per milioni di italiani.
Eppure, nel silenzio generale, il Governo tace. Anzi, Salvini – Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – ne è pienamente consapevole, se non addirittura promotore, in nome di una presunta “modernizzazione della rete”. Modernizzazione che, a conti fatti, pagano sempre gli stessi: gli utenti.
L’annuncio degli aumenti arriva mentre l’Italia si prepara a un’estate di fuoco sul piano economico:
Il PIL arranca, con prospettive di crescita minime e al di sotto della media europea; il PNRR è in ritardo: progetti bloccati, fondi in bilico, obiettivi mancati; l’inflazione rimane ostinatamente alta, specie nei settori dell’energia e dell’alimentare.
Si prospettano dazi e contro-dazi che rischiano di far lievitare i prezzi dei beni importati, colpendo imprese e consumatori.
E nel bel mezzo di questo scenario, cosa fa il governo? Aumenta i costi di mobilità, colpendo chi lavora, chi si sposta, chi trasporta merci. Un controsenso totale, se non un gesto di cinico disinteresse.
Fa specie che proprio Matteo Salvini, che per anni ha basato la sua narrazione politica sulla “difesa degli italiani” contro élite e burocrazie, sia oggi il ministro che firma il via libera all’aumento dei pedaggi autostradali.
E non si tratta di spiccioli: su alcune tratte gli incrementi previsti superano il 4%, a fronte di un servizio che spesso lascia a desiderare tra cantieri infiniti, code e manutenzione precaria.
Che fine ha fatto il “prima gli italiani”? Forse si è perso nei caselli automatici!
Aumentare i pedaggi non è solo un rincaro tecnico: è una tassa mascherata, che colpisce in modo regressivo. Chi ha un reddito basso, chi si sposta per lavoro, chi vive in aree interne senza alternative al trasporto su gomma, pagherà di più e subirà di più.
E intanto, nessuna misura strutturale sul potenziamento del trasporto pubblico, né su agevolazioni per le fasce più fragili. Solo aumenti, ritardi, promesse.
Negli ultimi giorni Giorgia Meloni ha dichiarato di essere “preoccupata per il potere d’acquisto degli italiani”. Bene. Ma allora perché non bloccare questi aumenti? Perché non vincolare i pedaggi a indicatori reali di qualità del servizio e sostenibilità economica? Perché continuare a fare cassa sulla pelle dei cittadini?
La verità è che, tra PNRR inceppato, finanza pubblica sotto stress e pressioni delle lobby, questo governo sta tirando a campare, mentre le famiglie tirano la cinghia.
Alla fine di questa estate, il bilancio sarà chiaro: tra carovita, viaggi più costosi, salari fermi e un autunno che si preannuncia carico di nuove difficoltà, le tasche degli italiani saranno vuote. E allora sì, cara presidente Meloni, hai ragione a preoccuparti. Ma la vera domanda è: preoccupata per chi? Per il popolo o per i conti?
Perché un governo si giudica anche da quanto costa attraversare il proprio Paese. E l’Italia, oggi, costa troppo!
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