Mi scuseranno i lettori di Cariatinet se mentre il Medio Oriente brucia, l’Ucraina gela, Melania Trump presiede il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e venti di guerra spazzano furiosi il mondo, li intrattengo con riflessioni su un argomento insignificante come il festival di Sanremo ma bisogna pur distrarsi; e poi, se per un’intera settimana i quotidiani nazionali e tutti i telegiornali non hanno parlato d’altro, posso ben farlo anch’io, pur se confermo di averlo ignorato del tutto, come l’anno scorso e quello precedente, convinto come sono – dopo essermene sorbiti tanti – che se a Sanremo approda una canzone decente l’evento si deve al caso o a una distrazione del direttore artistico di turno.
Quello che so di questo festival l’ho letto sui titoli dei giornali, dai quali ho appreso che il vincitore è un certo Sal da Vinci. Mosso da una curiosità non difforme da quella che spinse il manzoniano don Abbondio a chiedersi “Carneade, chi era costui?”, mi sono chiesto a mia volta se per caso esistesse un rapporto di parentela fra questo signore e il grande genio italico del XV secolo, scoprendo che costui, in realtà, si chiama Salvatore Michael Sorrentino e che col creatore della Gioconda e della “Vergine delle Rocce” (come malignamente sospettavo) non ha niente da spartire.
En passant: ci sarà una qualche forma di schizofrenia nel vezzo ormai imperante che induce così tanti cantanti (o rapper, che non è la stessa cosa), fra i quali il vincitore, a presentarsi, anziché col loro vero nome, con pseudonimi spesso impronunciabili e comunque improbabili, quali “Fedez”, “Fulminacci”, “LDA”, “AKA 7even”, “Samurai Jay”, “J-Ax” e altri come “Luchè”, “Nayt”, “Nek” e “Raf” che fanno pensare, più che a cantanti, a pelosi animali da compagnia? Vogliono forse, inconsapevolmente vergognosi, distanziare il loro vero io dal tizio nel quale si sdoppiano per proporre quella roba che si ostinano a definire “canzoni”?
Tornando al sedicente Sal da Vinci, ho appreso che è inutilmente nato a New York, dove evidentemente non ha respirato nulla dell’atmosfera carica di creatività, di jazz, di rock e di fantasia di cui trabocca la città che non dorme mai, tanto che è diventato un cantante neomelodico. Il genere neomelodico, per chi non lo sapesse, è una forma caricaturale della canzone napoletana (di fatto un insulto a quella grandissima tradizione) amatissimo da camorristi e promotori di matrimoni sfarzosi e chiassosi sul genere di quelli proposti dalla mai abbastanza vituperata trasmissione televisiva “Il castello delle cerimonie”.
Sempre spinto dalla curiosità, sono andato a cercare il testo del brano che lo ha portato alla vittoria (ad ascoltarlo non ci ho pensato nemmeno perché sono sì curioso, ma non masochista).
Dopo aver letto quel testo non ho potuto fare a meno di chiedermi quali parametri abbiano utilizzato Carlo Conti, prima, per selezionare i brani in concorso, e le giurie, dopo, per decretare quello vincente. Leggere il testo di “Per sempre sì” ha suscitato in me una reazione nella quale si alternavano stupore, ilarità, pena e, insinuante, una sottile vena di ripugnanza.
È difficile, mi sono detto, mettere insieme una simile accozzaglia di banalità, di frasi fatte, di immagini stucchevoli e di aria fritta (che non cito perché non mi va di associare quelle scempiaggini a una cosa scritta da me: chi vuole, vada a cercarsi il testo). Per giunta, mentre per scrivere una roba del genere sarebbe bastato copiare le dichiarazioni di una qualsiasi candidata all’elezione a miss Italia, su un simile capolavoro hanno sudato ben sette autori, dei quali sono perciò intuibili la ricca vena creativa, la ricchezza di vocabolario e la profondità culturali, a occhio e croce assimilabili (altro che Leonardo!) a quelle di un criceto.
La disarmante stupidità del testo della canzone di Sorrentino/Da Vinci mi ha ricordato un’altra canzone vincitrice di Sanremo, quella invereconda “Ragazza del Sud” di tale Gilda che, ancor peggio dei Jalisse, è sparita nel nulla dopo quell’effimero quanto ingiustificato trionfo.
Apprendo, mentre pubblico queste riflessioni, che Selvaggia Lucarelli ha chiesto a Sorrentino/Da Vinci di esibirsi al suo matrimonio, che di conseguenza immagino si celebrerà in un qualche castello con tanto di limousine, ghirlande colorate, drappeggi, damigelle, paggi e paggetti, in un tripudio di kitsch adeguato alla natura del brano e del genere musicale di cui Sorrentino/Da Vinci è degno e vincente rappresentante.
Amara riflessione conclusiva: evidentemente ho torto io, che quando penso alla musica “leggera” mi ostino ad ascoltare Dalla, De Gregori, Vecchioni, De Andrè, Beatles, Battisti, Pink Floyd, Beach Boys, Bindi, Mina, Mia Martini, Ornella Vanoni, Byrds, Eagles, Deep Purple…
Ma sapete che c’è? Chissenefrega. Meglio avere torto e ascoltare della bella musica (e dei testi intelligenti), che avere ragione, dare retta a Carlo Conti o chi per lui, e intrupparsi in mezzo al gregge applaudendo giulivi Sal Da Vinci che canta “Per sempre sì”.
Giuseppe Riccardo Festa
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