■Antonio Loiacono
In questi giorni, i sindaci calabresi si sono seduti attorno a tavoli troppo piccoli per le mappe che portavano. Tirreno, Ionio, Reggino, Catanzarese. Gruppi divisi per geografia, ma la scena è simile ovunque: fotografie stampate in fretta, perizie provvisorie, la conta che cambia ogni volta che il mare torna a farsi sentire. Non è una calamità chiusa. È una sequenza.
Il vicepresidente della Regione, Filippo Mancuso, li ha incontrati uno per uno, o quasi. Ascolto diretto, verifica sul campo. L’ordinanza di Protezione civile n. 1180 del 2026 è già operativa per i Comuni colpiti dall’uragano Harry, soprattutto sul versante ionico: procedure accelerate, deroghe, possibilità di intervenire senza i passaggi ordinari. È il lessico dell’emergenza. Funziona finché l’emergenza ha un inizio e una fine.
Per gli eventi di febbraio si attende un’altra ordinanza. Attendere, intanto, significa tamponare. Transenne. Ordinanze comunali. Divieti di accesso. Significa spiegare ai cittadini perché un lungomare costruito dieci anni fa oggi sembra vecchio.
C’è un tavolo permanente contro l’erosione costiera. Permanente. La parola stride con le mareggiate che mangiano metri in una notte. Eppure è lì che si dovrebbe decidere se continuare a rincorrere o cambiare approccio. Barriere, ripascimenti, progetti esecutivi che restano nei cassetti finché non arriva la prossima ondata.
I sindaci non chiedono dichiarazioni. Chiedono tempi. Soldi certi. La possibilità di intervenire prima che la stagione turistica diventi un’altra voce di danno. Perché ogni metro di spiaggia perso non è solo paesaggio: è lavoro stagionale, è prenotazione che salta, è un’estate che parte in salita.
La Regione promette rapidità e sinergia. È legittimo. Ma lungo la costa si respira una stanchezza che non entra nei comunicati. Non è polemica, è usura. L’idea che l’eccezione stia diventando regola.
Il mare non aspetta l’ordinanza specifica per febbraio. Non sa cosa sia la 1180. Continua a fare pressione.
Resta una domanda che nessuno formula così, ma si sente nelle pause: stiamo ripristinando ciò che c’era, o difendendo qualcosa che non sarà più com’era? La differenza è sottile. E non è tecnica.
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