■Antonio Loiacono
Ieri, nel giorno in cui l’Italia ha ricordato la strage di Capaci, Fratelli d’Italia – il partito della Presidente del Consiglio – ha trovato il tempo non per commemorare, ma per colpire. Non la mafia, ma Roberto Saviano. Il giornalista-scrittore, da anni sotto scorta per le sue denunce, diventa ancora una volta il bersaglio di una destra che sembra più ossessionata dal dissenso che impegnata nella lotta alla criminalità organizzata.
La frase “Esempi da evitare, esempi da emulare. Diffida di chi ha migliorato la propria vita speculando sulla criminalità. Prendi esempio da chi l’ha combattuta, pagando con la vita”, pubblicata nella didascalia del post nel giorno del ricordo di Falcone, non è solo fuori luogo. È un atto strumentale, cinico, costruito per colpire un avversario simbolico e rilanciare una precisa narrazione ideologica. Perché la destra italiana – quella oggi al governo – ha bisogno di Roberto Saviano.
Saviano è tutto ciò che l’attuale maggioranza politica contesta: un intellettuale militante, una figura scomoda, un volto noto in Italia e all’estero, legato a una narrazione civile e progressista che la destra rifiuta. Ma la sua colpa più grande, agli occhi dei suoi detrattori, è quella di non aver mai smesso di parlare, anche quando farlo ha significato vivere sotto protezione, perdere la propria libertà personale, diventare oggetto di attacchi sistematici.
Non è un caso se, tra i bersagli preferiti di Salvini, Meloni e molti parlamentari della destra, Saviano figura con regolarità. Perché attaccarlo funziona: sposta il dibattito, polarizza, infiamma la base. In un’epoca di comunicazione identitaria, un nemico riconoscibile è più utile di qualsiasi proposta politica.
Il tema non è nuovo. In tutta Europa – e negli Stati Uniti prima ancora – il populismo ha costruito parte della sua forza demonizzando le élite culturali, accusandole di vivere fuori dal mondo reale, di essere scollegate dalle esigenze del “popolo”. Saviano, con i suoi libri, le sue apparizioni televisive, il suo linguaggio preciso e intransigente, incarna perfettamente questo bersaglio.
Ma in Italia c’è qualcosa di più: c’è l’insofferenza per chi racconta la mafia senza sconti, senza cedere all’autocompiacimento o al mito del riscatto. E se questa narrazione diventa famosa nel mondo, allora diventa anche un problema d’immagine, una minaccia per chi costruisce il proprio consenso sull’idea che “va tutto bene, tranne chi dice il contrario”.
In questo quadro, persino un tema come la lotta alla criminalità può diventare materiale da propaganda. Ecco allora che il ricordo di Capaci, simbolo di unità e legalità, viene trasformato in un pretesto per dividere, per delegittimare chi da anni parla – forse troppo – di mafie. Il fatto che il post di FdI sia stato pubblicato nel giorno della memoria non è una svista: è una scelta politica deliberata.
Più grave ancora è il silenzio della Presidente Meloni. Nessuna presa di distanza, nessun chiarimento, nemmeno una parola per riportare la discussione sul terreno istituzionale. Un silenzio che pesa quanto un’assunzione di responsabilità.
Roberto Saviano non è perfetto. Può essere contestato, criticato, contraddetto. Ma screditarlo sistematicamente, nel giorno in cui si ricordano coloro che sono morti per combattere la criminalità, è un atto che supera la misura.
Eppure, nella politica di oggi, non conta costruire consenso sulla base di idee, ma consolidarlo attraverso la scelta accurata di chi odiare. E Saviano, per la destra, è il nemico perfetto: perché non si difende con slogan, non si allinea, non tace.
E forse è proprio per questo che continuerà a essere attaccato. Perché chi parla delle mafie senza paura, è sempre un problema per chi preferisce usarle come spauracchio, e non affrontarle davvero.
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