■Antonio Loiacono
La Calabria ha imparato, negli anni, che le notizie più delicate arrivano sempre quando l’attenzione pubblica sembra altrove. È accaduto ancora una volta il 24 novembre scorso, quando l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale ha approvato la delibera che stabilisce il tetto massimo di spesa per il personale dei gruppi consiliari: 1 milione e 406 mila euro!
Una cifra importante, che si traduce – per ciascuno dei trenta consiglieri regionali e per il presidente dell’Assemblea – in una dotazione annuale di circa 45 mila euro destinata ai collaboratori.
Un meccanismo previsto dalla normativa e già adottato in passato, ma che assume un peso sociale diverso a seconda del contesto storico in cui arriva. E oggi, in una Calabria segnata da precarietà lavorativa, infrastrutture fragili e servizi essenziali a singhiozzo, il valore simbolico di questa scelta istituzionale vale quanto – se non più – dei numeri ufficiali.
La delibera arriva a poche ore da uno dei Consigli regionali più controversi degli ultimi mesi e da dichiarazioni che promettono “cinque anni storici” per la legislatura. Promesse ambiziose, che inevitabilmente si intrecciano con la percezione pubblica generata da una spesa che molti calabresi considerano lontana dal loro quotidiano.
Il provvedimento definisce con precisione la struttura delle risorse: stipendi, contributi, tredicesime, oneri amministrativi. Tutto rientra in un quadro normativo preciso, già applicato negli anni passati. Eppure, anche la più puntuale legittimità non basta – da sola – a frenare il malcontento.
Perché il punto non è la regola, ma il contesto!
Non la procedura, ma la distanza!
Non l’atto amministrativo, ma il suo impatto sociale!
Il vero tema che la delibera riporta in superficie è uno solo: il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Un rapporto incrinato da anni di sfiducia, ritardi, emergenze irrisolte e difficoltà economiche che rendono ogni euro pubblico una questione di identità collettiva, prima ancora che di bilancio.
In Calabria, dove troppe famiglie vivono con stipendi molto inferiori alla media nazionale, dove i giovani emigrano e dove interi territori attendono ancora investimenti essenziali, il costo della politica viene percepito come una ferita aperta. È qui che la delibera diventa un caso: non perché sia illegittima, ma perché sembra arrivare in un momento in cui la politica avrebbe bisogno di compiere il gesto opposto.
Un passo verso i cittadini, non uno verso sé stessa.
La funzione dei collaboratori, nei Consigli regionali, è fondamentale: supportano l’attività legislativa, la comunicazione istituzionale, la produzione normativa. Sono parte del motore amministrativo.
E ogni regione italiana destina a tale voce una parte del proprio bilancio.
Il problema, però, resta la percezione di un sistema autoreferenziale che, pur necessario al funzionamento democratico, fatica a rinnovarsi e a mostrarsi responsabile di fronte a una comunità che chiede trasparenza, sobrietà e un nuovo patto sociale.
In altre parole: non è la funzione che viene messa in discussione, ma il suo equilibrio rispetto alla realtà della Calabria di oggi.
In momenti critici, la politica ha il dovere di lanciare segnali chiari. Avrebbe potuto farlo anche questa volta: aprendo un confronto pubblico sul costo della rappresentanza, immaginando un contenimento della spesa, introducendo criteri più stringenti o un monitoraggio costante dell’efficacia dei collaboratori dei gruppi consiliari.
Nulla di tutto questo è avvenuto. E così la delibera – pur pienamente legale – diventa l’emblema di un’occasione mancata. La Calabria non è solo una regione complessa: è un territorio che chiede fiducia, voce, futuro.
E ogni scelta istituzionale dovrebbe tener conto di questo bisogno.
Per questo, al fondo di questa vicenda, resta una domanda che attraversa il dibattito pubblico da anni, ma che oggi torna più attuale che mai:
Una terra che fatica a garantire ai cittadini servizi essenziali può ancora accettare che la politica non si interroghi sul proprio costo, sulla propria responsabilità simbolica e sulla distanza che la separa dalla vita quotidiana delle persone?
La risposta non è contenuta in nessuna delibera. Appartiene alla coscienza civile della Calabria, e alla volontà – o meno – della politica di ricucire un legame che non può più essere rimandato.

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