■Antonio Loiacono
In Calabria l’acqua non manca in natura. Manca nelle case. Ed è questa la contraddizione più scandalosa di tutte.
Famiglie costrette a riempire taniche. Anziani che aspettano autobotti. Campagne che si seccano sotto il sole.
Eppure questa non è una terra assetata.
È una terra tradita.
Perché mentre i calabresi restano a secco, miliardi di metri cubi d’acqua continuano a cadere dal cielo, a riempire fiumi, a gonfiare torrenti e, troppo spesso, a finire inutilmente in mare.
Il paradosso è tutto qui.
La Calabria non soffre la mancanza d’acqua. Soffre la mancanza di governo dell’acqua.
E questo non è più un incidente.
È un sistema.
Uno scandalo antico, strutturale, sistemico e soprattutto prevedibile.
La verità è che la sete della Calabria non è figlia della siccità, ma di una filiera pubblica che per decenni ha trasformato una delle più grandi ricchezze naturali della regione in una cronica emergenza amministrativa.
Un fallimento collettivo che ha nomi e cognomi: governi regionali di ieri e di oggi, enti gestori, comuni immobili, burocrazie lente e una politica che troppo spesso ha preferito distribuire responsabilità invece che acqua.
E il dato più feroce è questo: mentre il cielo continua a dare, la macchina pubblica continua a perdere. Letteralmente!
Perché in Calabria l’acqua non finisce. Si disperde: nei tubi rotti, negli invasi incompiuti, nelle manutenzioni rinviate.
Nei fondi europei annunciati e non trasformati in efficienza.
Nei tavoli tecnici che si moltiplicano mentre le condotte si svuotano.
Ogni estate ci raccontano l’emergenza, ma un’emergenza che si ripete identica da quarant’anni non è più emergenza: é metodo.
Ed è forse questa la condanna più grave: aver normalizzato l’assurdo.
Aver convinto i calabresi che restare senz’acqua in una delle regioni più ricche di risorse idriche d’Italia sia quasi naturale.
Non lo è.
Tra Sila, Pollino, Serre e Aspromonte, la piovosità media oscilla tra i 900 e i 1800 millimetri annui, con punte superiori ai 2.000 millimetri nelle aree montane. Tradotto in termini concreti: ogni anno sul territorio regionale cadono tra i 6 e gli 8 miliardi di metri cubi d’acqua!
Una quantità gigantesca.
E il 2026 lo ha dimostrato in maniera brutale.
Tra la fine del 2025 e l’aprile scorso, le precipitazioni hanno superato abbondantemente le medie stagionali. In alcuni casi, le piogge sono state persino devastanti, mettendo in ginocchio strade, centri urbani, campagne e infrastrutture.
L’acqua c’era. Eccome.
E allora perché oggi manca?
Perché quella pioggia non è stata trattenuta! È scivolata nei fiumi, ha ingrossato torrenti, ha devastato versanti ed è finita in mare.
La Calabria continua a vivere il paradosso più assurdo della sua storia moderna: abbondanza naturale e povertà gestionale.
E qui iniziano le responsabilità.
Secondo i dati ISTAT, in Italia oltre il 42% dell’acqua immessa nelle reti idriche si perde prima di arrivare ai rubinetti. In molte aree del Mezzogiorno il dato supera abbondantemente questa soglia.
In Calabria, dove interi tratti di rete risalgono a decenni fa, la situazione è persino più drammatica.
Significa che su 100 litri captati, poco più della metà arriva realmente ai cittadini.
Il resto si perde nel sottosuolo.
Una emorragia continua, silenziosa, milionaria.
Eppure i soldi per cambiare questo destino ci sono stati.
Con il PNRR, la Calabria ha ricevuto circa 33 milioni di euro per l’efficientamento delle reti idriche in 21 comuni, con oltre 1.100 chilometri di condotte interessate dagli interventi.
Ci sono poi i fondi FSC, ci sono risorse ministeriali, ci sono fondi europei ordinari, ci sono investimenti regionali.
E allora la domanda è inevitabile: dove sono i risultati?
Perché mentre i fondi scorrono sulla carta, l’acqua continua a scorrere sottoterra.
Qui entrano in campo i protagonisti istituzionali.
Sorical: è oggi il gestore unico del servizio idrico integrato calabrese.
Captazione, adduzione, distribuzione, manutenzione: oggi il cuore operativo passa da lì.
Non può più esistere l’alibi della frammentazione.
Se il sistema perde, Sorical deve spiegare.
Arrical: l’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della Calabria, pianifica, controlla, coordina.
Se la governance fallisce, Arrical non può limitarsi a verbalizzare.
La Regione Calabria: attraverso il Dipartimento Ambiente e la cabina politica che governa il settore, ha il compito di programmare il lungo periodo.
Se ogni estate si arriva impreparati, il problema non è meteorologico, é politico.
E poi ci sono i Comuni.
Per anni padroni di reti obsolete, incapaci o impossibilitati ad avviare manutenzioni strutturali.
Troppo spesso l’acqua è stata gestita come leva elettorale e non come diritto pubblico.
Ma il livello delle responsabilità arriva fino a Roma.
Perché il Governo nazionale non può limitarsi a stanziare fondi PNRR e FSC senza pretendere verifiche, collaudi, cronoprogrammi e risultati misurabili.
Finanziare senza controllare significa partecipare al fallimento.
Il tempo, però, sta finendo. Il PNRR ha una scadenza, il 2026 è oggi!
Se i cantieri non verranno completati, se le perdite non saranno ridotte, se le reti non saranno digitalizzate, la Calabria avrà perso non solo acqua.
Avrà perso l’ultima occasione storica di salvare il proprio futuro idrico.
E qui sta la verità più dura.
La Calabria non è assetata, é amministrativamente emorragica.
L’acqua che manca oggi non è quella che il cielo non ha dato.
È quella che la politica non ha saputo conservare, é quella che la burocrazia ha rallentato.
È quella che i tubi hanno inghiottito, é quella che gli invasi non hanno custodito, é quella che la cattiva programmazione ha regalato al mare.
Ogni litro perso è una responsabilità.
Politica, tecnica e morale.
E forse è arrivato il momento che qualcuno inizi finalmente a pagare il conto.
Perché restare senz’acqua in Calabria non è una disgrazia naturale.
È una scelta, o peggio: una colpa!
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