TUTTO PER L’AZIONISTA, NIENTE PER L’UTENTE

Anche alla luce dell’’insegnamento della storia recente, non sono mai stato favorevole all’’idea che lo Stato si faccia imprenditore: l’’IRI, pur nato con intenzioni lodevoli dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, acquisì imprese in stato fallimentare, le fece gestire da potenti incompetenti (i cosiddetti “boiardi di Stato”) e le tenne in piedi grazie soltanto a robuste iniezioni di soldi pubblici che gli arrivavano dal nefasto Ministero delle Partecipazioni Statali; le imprese solide che amministrava, come ad esempio le tre BIN, le banche d’’interesse nazionale, le gestì in modo clientelare spartendole tra pezzi grossi dei partiti dell’’epoca.

L’’Italia era l’unico Paese del mondo occidentale che si comportava in modo sovietico condizionando pesantemente l’’economia e la finanza nazionali. Dunque bene ha fatto lo Stato ad abbandonare il mondo dell’’imprenditoria.

Meno bene, però, fa trasformando in attività imprenditoriali con finalità di lucro, e mettendone sul mercato la proprietà totale o parziale o facendone condizionare il funzionamento dal mercato, attività che dovrebbero offrire ai cittadini servizi essenziali: parlo delle ferrovie, della sanità, delle scuole e delle poste.

È ovvio che questi servizi debbano essere gestiti con criteri di economicità; ma mi ripugna l’’idea che questo diventi l’’unico parametro di riferimento per il loro funzionamento, dimenticando che al primo posto dovrebbe esserci il servizio ai cittadini.

È inconcepibile che un ospedale risparmi sul personale del pronto soccorso per ridurre i costi. È inimmaginabile che il trasporto ferroviario locale sia ridotto al lumicino maltrattandone gli utenti e incentivando l’’uso dei mezzi privati. È assurdo che le scuole diventino una sorta di società per azioni di cui il preside è l’’amministratore delegato e gli studenti, con la scusa della formazione, diventano manodopera gratuita per le imprese.

Ed è vergognoso che si chiudano gli uffici postali perché costano troppo, e chissenefrega se i cittadini più deboli, ad esempio i vecchietti dei paesini isolati, restano privi di un servizio così importante. Da qualche giorno siamo martellati da spot nei quali voci suadenti e messaggi accuratamente studiati ci informano dell’’importanza del cambiamento: vogliono convincerci a investire nella privatizzazione -– per ora parziale – delle Poste Italiane che, ci assicurano, “stanno cambiando”.

Mi dispiace, non ci sto. Non mi va di diventare azionista delle Poste Italiane. Mi accontento di esserne un utente, e vorrei che, come il trasporto locale, la scuola e la sanità, almeno per un aspetto non cambiassero: vorrei che restassero un servizio, pubblico, ai cittadini.

E non una fonte di lucro per i soliti noti.

Giuseppe Riccardo Festa

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