SI ALLA GIUSTIZIA, NO AL LINCIAGGIO

È orribile, certo. Se è vero, come purtroppo sembra, che quella madre ha legato i polsi al suo bambino e l’’ha poi strangolato, e ne ha poi scaricato il corpo in quel fosso, una simile sequenza di comportamenti non può che destare orrore.

Ma un non minore malessere nasce dal constatare con quanto morboso interesse tutti gli occhi siano puntati su quella sciagurata, sulla sua casa, sulla sua famiglia e sul villaggio nel quale vive. Da “Chi l’ha visto” a “Porta a porta”, passando per ogni telegiornale, ogni talk-show, ogni quotidiano stampato o on-line, si sprecano gli analisti, gli scrutatori, i cacciatori di dettagli scabrosi e inquietanti da sciorinare col condimento di analisi sociologiche, di indagini psicologiche e di diagnosi morali.

Succede, d’’altra parte, ogni volta che la cronaca ci ricorda che la famigerata famiglia del Mulino bianco non esiste, e che, dietro le apparenze della cosiddetta normalità, spesso -– troppo spesso – si celano contrasti, frustrazioni, violenze, inconfessati e inconfessabili segreti.

Non è purtroppo, il piccolo Loris, la prima vittima d’’un genitore tormentato, insicuro o violento, o più spesso violento proprio perché tormentato e insicuro. E l’’orrore è maggiore quando quel genitore è proprio la mamma, che nell’’immaginario collettivo continua a dover essere un’’eroina senza macchia e senza paura, un angelo disposto ad ogni sacrificio pur di assicurare alle sue creature benessere e protezione.

Dunque tanto maggiore e spietata, e senza appello, diventa la condanna in quanto la madre assassina incrina quell’’immagine. E allora ecco le folle che inveiscono, altre giovani donne che la coprono di insulti, e perfino i carcerati che, vedendola arrivare, augurano la morte all’’assassina. La lincerebbero, se potessero; e intanto il linciaggio, non fisico ma altrettanto micidiale, lo praticano i media.

Non ho ancora sentito pronunciare, nemmeno una volta, la parola “pietà”. Eppure, come sempre in questi casi, non posso impedirmi di pensare all’’abisso di tormenti e di angosce sul quale galleggiava, e nel quale probabilmente sta ora sprofondando, la mente di quella giovane donna, ormai sola di fronte al tribunale del mondo, che l’’ha già condannata, e a quello della propria coscienza, che continuerà a condannarla in ogni momento, per tutti i giorni che le restano da vivere.

È indiscutibile: se sarà confermata la sua colpevolezza, Veronica dovrà scontare il crimine orrendo che ha commesso. Ma la sua vicenda non desta in me la furia vendicativa e la curiosità, mista di morboso compiacimento per i dettagli più trucidi e scabrosi, che riempie i notiziari e agita la mente di tanti. Provo al contrario una pena infinita, e un gran desiderio di discrezione, e di rispetto per il bambino, vittima innocente di un gesto incomprensibile.

Per quanto riguarda la madre, ammesso che sia davvero colpevole, proprio perché l’’enormità di un simile gesto mi è incomprensibile sento il bisogno di sospendere il giudizio; e di interrogarmi, piuttosto, sulla fragilità e la miseria della condizione umana.

Giuseppe Riccardo Festa

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